Pane, vino e zucchero

pane-vino-e-zucchero

Ma voi l’avete mai mangiato pane, vino e zucchero? Guardate la foto qui sopra e ditemi se non vi viene l’acquolina in bocca. 🙂 Era la merenda di una volta e chissà se nelle vostre case c’è mai entrata.  Per prepararlo ci voleva il pane buono, croccante…che a noi toscani piace sciocco, senza sale 🙂 poi ci voleva un vinello non troppo forte, quello del contadino, genuino, rosso e profumato, con cui irrorare il pane fino ad intriderlo abbondantemente. Lo zucchero andava sparso con generosità, in modo che il sopra della fetta del pane fosse ben coperto, quasi diventasse una crosta di zucchero semolato. A rammentarlo mi viene voglia di mangiarlo anche adesso. Il pane, vino e  zucchero sa di campagna, di corse nell’aia a rincorrere le galline, di risate e di giochi a nascondino e a pezzolino; sa di ritrovo con i compagni nelle case per fare i compiti assieme e di mamme premurose che ce lo preparavano magari alternandolo con altre merende, come il pane strusciato con i pomodori piombini e irrorato di olio di frantoio oppure pane burro e acciughe. Ma il pane, vino e zucchero era la preferita da tutti perché metteva una certa allegria addosso che poi non si smetteva più di ridere 🙂

Non vi azzardate a prepararlo con il pane a cassetta di quelli chiusi nella plastica e con il Tavernello perché poi vi ricoverano e domani è l’ultimo dell’anno e non va bene…capito?  scherza

pensieri sparsi

Prima di parlare d’altro mi piacerebbe raccontare un po’ della mia visita in Polonia. Sinceramente non avrei mai detto che un giorno avrei visitato   quello stato.  Più volte in vita mia mi sono ritrovata a pensare ad un viaggio in America, o in varie località della Francia, o a delle mete in Inghilterra, ma non credo di aver mai fatto un pensierino sulla Polonia.  Se ora cerco di ricordare come me la immaginavo prima forse devo ammettere che la fantasia non era tanto lontana dalla realtà,… o forse no, non so… quello che ora so è che quel che ho visto mi è piaciuto molto.  Non sto parlando dei monumenti e delle città o delle bellezze paesaggistiche, no.. sto parlando di altro e per spiegarlo devo cominciare dall’inizio.  Noi eravamo una piccola comitiva di insegnanti e ragazzi e siamo andati in Polonia per il progetto Erasmus, che è una iniziativa europea il cui scopo è lo scambio culturale. Insieme a noi c’era una comitiva di Turchi e due gruppi di Romeni. Cinque gruppi in tutto. Eravamo ospitati in un piccolo paese rurale a circa 4 ore da Varsavia, in una specie di ostello piuttosto spartano, ma confortevole.  Le nostre giornate erano dedicate in parte allo studio e in parte alle camminate e alle iniziative sportive.  Lasciamo perdere lo studio, che ci si può immaginare come fosse e parliamo delle camminate e delle iniziative sportive.
passeggiata nel bosco
Un pomeriggio tutto dedicato al bowling: io non so voi che esperienze vivete ma qui dove abito io pochissimi giocano al bowling… invece in quel paese un po’ sperduto ho potuto constatare che tutti giocano al bowling, pure la preside che era infallibile… e anche tutti i ragazzi. Fatto sta che noi ci siamo difesi al meglio, ma eravamo delle schiappette a confronto agli altri. Poi un altro pomeriggio è stato dedicato ad altri giochi, come il tiro alla fune e alla corsa nei sacchi. Erano almeno 20 anni che non vedevo una corsa nei sacchi e una disfida di tiro alla fune. Mi sono divertita tantissimo, mi sembrava di essere tornata indietro nel tempo.  Un altro giorno ancora l’organizzazione prevedeva la caccia al tesoro e non vi dico che faticaccia per trovare le cose utilizzando un foglio ed una mappa dove i polacchi avevano dato le informazioni utilizzando il loro inglese “personalizzato”.  Beh, non voglio dilungarmi troppo altrimenti vi annoio, ma mi piacerebbe parlarvi dei cibi che ci sono stati offerti: dal semplice pollo lesso con patate lesse (tutti i giorni a pranzo e a cena) al succo di frutti di bosco riscaldato, da bere al posto della semplice acqua.   Cetrioli e ravanelli a gogò… e zuppe di verdure a tutto spiano.  Buono, ma piuttosto spartano anche il cibo..io direi.  Più stavo in Polonia  e più mi sembrava di essere tornata all’Italia degli anni sessanta. Nessuno che mi offriva collanine e braccialettini ad un euro: vedevi in giro sempre e solo polacchi e basta.
Polonia12 Nessun lusso e niente sfarzo, si vedeva che il passato era stato pesante da superare e che era necessario accontentarsi di quel che si aveva e che si produceva nei campi. Tutto costava pochissimo e la gente si vedeva chiaramente che era tranquilla, abituata a vivere nella semplicità e senza correre a destra e a manca per rincorrere il tempo che non basta mai. Polonia10 Nei musei le opere più belle erano di importazione da altri stati, soprattutto dall’Italia e questo faceva capire come l’arte italiana fosse apprezzata e rispettata. Alla tv passavano film in lingua originale ma con i sottotitoli in polacco e, cosa stranissima, in alcuni film il doppiatore era unico e faceva la traduzione per tutti gli interpreti.   Da questo viaggio mi sono portata per ricordo pochi oggetti: una piccola scatola di tisane ai frutti di bosco, ma anche le bustine sono spartane infatti non  hanno nessun leghino per reggerle… e poi una tazza con disegnate le cicogne (che ho visto lì nidificare sui tralicci dell’energia elettrica); una scatola di cioccolatini che non mi ero accorta all’interno racchiudevano delle prugne secche e qualche lapis da regalare ai nipotini. Oggetti pochi ma ricordi tanti. Le risate tra compagni di viaggio saranno difficili da dimenticare, e le chiacchierate tranquille a cercare di capirsi tra chi parla lingue tanto diverse… è proprio vero che viaggiare ci arricchisce dentro.

ciambellone con il fornino a gas

Vi ricordate il fornino a gas? Andava di moda anni fa ma io l’ho conservato e lo uso ancora.  L’ho sempre chiamato “fornino a gas” ma il suo vero nome credo che fosse “fornetto versilia”.  E’ un tegame di alluminio, dotato di una piastra da mettere sotto, nel punto di appoggio con il fornello.

In realtà non ho mai fatto molte ricette utilizzando questo arnese, direi piuttosto che ho sempre fatto lo stesso dolce: un ciambellone buonissimo, la cui ricetta mi fu data da una signora di Volterra quando andavo al mare a Marina di Cecina, più o meno negli anni ’80.  Perché vi racconto ciò? Perché  certe cose non si dimenticano e mi piace ricordarle! Una ricetta da fare senza forno e senza pesare gli ingredienti! In quegli anni ce lo portavamo in valigia anche quando andavamo in vacanza al mare, dove prendevamo un appartamentino in affitto.  … Ehhhh.. altri tempi, altro che Mc Donald!

Ciance a parte eccovi la ricetta, magari a qualcuno potrà servire.

Ciambellone con il fornino a gas (fornetto versilia)

ingredienti:

3 uova,
7 cucchiai di olio di semi,
10 cucchiai di zucchero,
8 cucchiai di latte,
15 cucchiai di farina,
1 bustina di lievito,
1 buccia di limone grattato,
1/2 limone strizzato.

Procedimento:

In una terrina si sbattono bene i tuorli delle uova  con la frusta, poi si aggiungono uno alla volta tutti gli ingredienti e per ultimo gli albumi montati a neve e il lievito. A questo punto si travasa il composto nel fornino (che è stato imburrato e infarinato) e si mette a cuocere sul fornello di grandezza media, per 45 minuti (precisi) a fuoco basso.

Naturalmente si possono inserire delle gocce di cioccolato o dell’uvetta e alla fine si può cospargere con zucchero vanigliato, questo dipende dai vostri gusti. E’ davvero molto buono ed è particolarmente indicato per la merenda o per la colazione. 

8 Dicembre 2009

Oggi sarebbe stato il compleanno di mia madre e io non me lo sarei mai potuto dimenticare. Ho comprato dei fiori chiari e dei ramoscelli con delle piccole bacche rossastre e di prima mattina sono andata al cimitero. Le due tombe, di mio padre e di mia madre, sono una accanto all’altra e io di solito divido il mazzo in due, un po’ di fiori per mio padre e altrettanti per mia madre. Ero lì tutta sola, intenta a sistemare le fioriere ed assorta nei miei pensieri, quando mi sento salutare: “Buongiorno..”.. Era una signora che conosco e di cui anni fa ho avuto la figlia a scuola.
“Buongiorno..”
rispondo io con un sorriso,
“come sta?.. E Chiara come sta?”
Chiara è sua figlia, una ragazza che adesso dovrebbe avere circa 20 anni. Era bravissima a scuola, quando faceva le medie, ma sapevo che anche dopo si era distinta per le ottime votazioni riportate alla scuola superiore. La ricordavo molto bene con quei suoi occhi verdi, i capelli chiari fin sulle spalle e quelle guance rosate, di quel rossore un po’ innaturale di cui si orna il viso colui che è timido oltre misura.
Mi immaginavo Chiara in mezzo a qualche gruppo di universitari immersa negli studi accademici.. Invece no, la mamma scuoteva il capo e parlava di problemi:
“ Chiara è diventata sempre più chiusa e con il tempo la situazione è peggiorata ogni giorno di più. Adesso prova a fare l’estetista perché non vuole più sentir parlare di studio. Stiamo provando ad andare dallo psicologo…sa .. anoressia.. e poi bulimia.. “ e mentre lo dice un velo di lacrime le copre gli occhi. 
Lei racconta e ogni sillaba che dice trasmette sofferenza. La discussione a breve si fa intensa e profonda, come tra chi si vuol bene ed è alla ricerca del conforto altrui. 
A me viene fatto di risponderle dicendo che i motivi di tutto ciò andrebbero ricercati in questa società depauperata dei valori veri e saldi, che non fa che mostrarci frivolezze sciocche. La cultura non basta più ad appagare e l’intelligenza  dota di quel senso critico che fa sentire inadeguati.. e di lì alla crisi profonda il passo è breve.
E’ il male di vivere che contagia sempre più spesso le ragazzine più brave.
Ed è amaro constatarlo.
Per me che sono insegnante è davvero amaro.
Anni fa la cultura dispensava piacere e orgoglio, adesso sembra che a dispensare piacere e orgoglio sia l’aspetto fisico e l’indossare vestiti firmati.

Il cielo plumbeo assisteva a tutto questo finchè poi, d’un tratto, ha cominciato a piovere.

tra ricordi e falsità

“.. Mi ha colpita la finestrella celeste…” dice Cabiria in uno dei commenti al post precedente. E io colgo il suo messaggio e penso..
Penso a quando ero bambina e al posto della finestrella-persianina celeste c’era una finestrina aperta, contornata da grossi buchi nell’intonaco. Mi incuriosivano tutti quei buchi nei mattoni che ricoprivano la facciata.. Chi ce li aveva fatti.. e perché? Li guardavo e la mia fantasia volava immaginando storie di fate e di orchi, di bruchi e di margherite.. Poi un giorno mio padre mi dette la spiegazione e mi disse che dei colpi di mortaio avevano squarciato quel muro durante la seconda guerra mondiale, quando il fronte era passato di qui lasciando morte e desolazione dietro di se’. Quell’intonaco rotto me lo vedevo sempre davanti agli occhi ogni volta che mi affacciavo dal terrazzo e mi inquietava. Mi sembrava quasi di sentire i colpi di cannone e le urla della gente che fuggiva nei rifugi ricavati nella collina di tufo sotto al centro abitato. Brutta impressione che avrei voluto cancellare insieme a quei buchi nel muro.
Poi è successo che un paio di anni fa hanno fatto dei lavori in quell’edificio e probabilmente quella finestrina era di troppo, così, i proprietari, per evitare permessi e storie varie con le “belle arti” che qui impongono il rispetto dell’ambiente fino nell’ultimo mattone di ogni casa, hanno pensato bene di coprire il muretto con cui chiusero l’apertura con una persianina celeste che evitava di vedere la muratura agli occhi curiosi dei paesani.. che poi direi che non sono altro che gli occhi miei e dei miei familiari, infatti quel lato dell’edificio è visibile solo dal mio giardino!

Una persianina “falsa” perché non adempie alla sua funzione, ma ha solo il compito estetico di “non far vedere cosa c’è dietro”. In realtà sarebbe nata come scurino da mettere all’interno e solo in considerazione del fatto che non serviva più, che poi è stata capovolta e messa fuori, alle intemperie. Per sincerarsi di questo basta  guardare l’immagine e notare il chiusino che in quella posizione è proprio inutilizzabile.
Strano che a colpire la vista di chi guarda la foto dell’arcobaleno sia ciò che è falso e strano che io mi fermi a riflettere su questo. Non è affatto strano però che la tematica mi attiri perché periodicamente e puntualmente ritorno su questo punto..e ci arrivo seguendo i fili più disparati del mio pensare.
Capita che quel che ci attira e affascina la nostra mente sia falso. E forse ora potrei scrivere enciclopedie approfondendo il discorso .. le vie da seguire come traccia del tema sarebbero disparate ma la meta sarebbe sempre lo stessa: la falsità nelle sue innumerevoli forme.
Persianine celesti.. false, come false verità.. e come persone false.. come false realtà e falsi valori..
Quanto di tutto ciò che ci circonda è vero? E chi può vantarsi di saperlo distinguere da ciò che non lo è? … Visto che la falsità si maschera sempre così bene!

 

Angels

 

 

I sit and wait
Does an angel contemplate my fate

[ Angels ]

Robby Williams

 

Tra qualche giorno sarà il compleblog di Alidada.. credo siano 5 anni che sono qui, ma per saperlo con sicurezza  mi dovrei documentare perchè tra blog distrutti e trasferimenti vari ho perso un po’ il filo del discorso.

Dovrei chiedere a Gardenia che è l’unica "reduce" di quel tempo  ..che tra l’altro io ricordo con molta nostalgia..

Che c’entra Angels? Ebbene, questa è la prima canzone che sono riuscita a inserire nello sfondo del mio blog. Naturalmente la canzone era in versione midi e ricordo che sono riuscita a inserire quell’effetto dopo aver ammattito non so più nemmeno io quanto tempo perchè allora si lavorava unicamente con l’HTML  ed era tutto molto complesso e laborioso.

Io sono stata tra le primissime persone in Italia a sfruttare la piattaforma di Splinder per fare un blog. Iniziai per caso, dopo averne parlato con un amico (che non era blogger ma che sapeva come funzionava) e dopo aver ricevuto per e.mail una pubblicità di Splinder.  Molti degli amici di allora se ne sono andati.. qualcuno è davvero tra gli angeli.. che tristezza..

Magari nei prossimi giorni vi dirò qualche numero inerente ad Alidada e forse (se mi ci impegno) riuscirei anche a ricreare quel primo post..  vedremo

Buona serata a tutti

 p.s. nei commenti al post precedente ho aggiunto un chiarimento (doveroso), prima di "sotterrare" il tutto con questo post qui.. Scusate ma c’erano stati dei malintesi e non ho avuto il tempo di aggiustare il tiro. Purtroppo anch’io devo lavorare per vivere e il blog è destinato solo ai minuti che mi rimagono liberi..

 

il n.1


culla

Di quel 5 luglio di tanti anni fa non ricordo molto, solo alcune scene, a tratti.. Tutto cominciò alle prime luci dell’alba, qualche doloretto strano al basso ventre. Avevo una pancia enorme e sapevo di aver finito il tempo previsto per la nascita, quindi tutto era pronto. A quell’epoca era d’obbligo portarsi dietro una cesta in vimini colorato, piena zeppa di cremine, oli, borotalchi di vario genere, e poi le coppette assorbilatte per l’allattamento e delle camicine di pura seta, da mettere a diretto contatto della pelle del bambino appena nato. Passarono solo pochi minuti e eravamo già pronti per andare a Pisa, dove avevamo fissato l’evento. Mano a mano che viaggiavamo i dolori aumentavano di intensità e di frequenza e io dicevo che dovevamo sbrigarci.

Ci volle una mezz’oretta ma alla fine si arrivò proprio davanti a quella clinica, vicino a Piazza dei Miracoli, in via Manzoni. La clinica era tenuta da delle suore e da che mondo è mondo si sa che le suore sono un po’ strane nella gestione delle loro cose, fatto sta che quella che ci ricevette all’entrata ci disse che non avevano più posti letto disponibili.. Restammo allibiti, eppure avevamo fissato tutto…anche se non sapevamo il giorno preciso. A me, con quello stress improvviso passarono tutti i dolori e mi venne una gran fame e così andammo a far colazione al bar lì davanti. Mentre io e mio marito sorseggiavamo il cappuccino e divoravamo un cornetto, parlavamo di quella suora che in pratica ci aveva chiuso la porta in faccia. A quel punto il barista intervenne nella nostra conversazione e ci disse: “ Fanno sempre così quelle suore.. ma c’è un trucchetto, prendete una bella scatola di cioccolatini e regalategliela, vedrete che vi si spalancheranno tutte le porte!..” e poi aggiunse sorridendo: “ .. da che mondo è mondo si sa che le suole sono come i lucci, ..son sempre a bocca aperta!” ..e scoppiò a ridere. Non so quanti di voi sanno che pesce è il luccio, qui in toscana si conosce bene e si sa che è vorace.. tant’è che sta spesso a bocca aperta!

Comunque sia il barista aveva ragione, la scatola di cioccolatini fece riapparire il posto letto per me e non solo, seguirono anche tante e tante gentilezze che non mi sarei di certo immaginata.

Bene, all’ora di pranzo ero a letto ma di dolori non se ne parlava più, ma a quel tempo non andavano tanto per il sottile e in men che non si dica ti mettevano la flebo di ossitocina (o come diamone si chiamava..) e poi… eri del gatto! Nel senso che da allora in poi sembrava che qualcuno ti stesse segando la schiena in due. Beh, tralasciamo i particolari perché non sono tanto piacevoli nemmeno da raccontare.. so che fino alla sera continuò l’agonia.. ma poi alla fine.. ecco che nacque il bambino,… mio figlio.. bellissimo.. 4,100 g. Un piccolo gigante. Tutte le neo.mamme della clinica lo vennero a vedere perché sembrava un bambino di tre mesi da tanto era grande..

Ragazzi..che felicità! Una meraviglia! Buon compleanno figlio mio!