Sindrome di Munchhausen per procura

Il mio post di un paio di giorni fa non era altro che un’introduzione a ciò di cui vorrei parlare stasera. Si tratta di un altro tipo di disturbo mentale, che in realtà mi interessa ancora più del precedente e di cui si sente parlare: la sindrome di Münchhausen per procura.

In questo caso  il soggetto affetto dalla patologia è spesso un genitore  (di solito la madre) del soggetto che subisce l’abuso;  il disturbo mentale che lo affligge lo spinge ad arrecare danni al figlio al fine di farlo credere malato e attirare l’attenzione su di lui e a creare commiserazione su se stessi. I metodi usati per creare sintomi nei figli sono eterogenei e spesso crudeli. Ad alcuni bambini sono state iniettate insulina o urine. Altri sono stati avvelenati con veleno per topi, purganti, arsenico, olio minerale, lassativi, tranquillanti e sedativi, sale da cucina e in un caso persino con massicce quantità di acqua. Tra gli attacchi fisici si sono verificati tra gli altri: punture di spillo sul viso e sul corpo, lesioni facciali da strumento o con unghie e soffocamento premendo una mano o un cuscino sul volto del figlio. Altri attacchi fisici ugualmente pericolosi sono stati la volontaria sottonutrizione e ambiente domestico sporco e trascurato, induzione di attacchi epilettici o perdita di coscienza. Una tecnica indiretta usata da queste madri è quella di falsificare le analisi di laboratorio, introducendo elementi estranei nei campioni, ad esempio con batteri di origine fecale o vaginali, alterando quindi i veri risultati delle analisi, o sostituendoli con altri di pazienti realmente malati.

Questo tipo di sindrome è molto complessa da descrivere perché le caratteristiche dovrebbero essere esplicitate dai bambini, ma sono  legate all’età, alla sua dipendenza dall’abusante e alla sua capacità di comunicare. Spesso l’abuso trova “colpevole”, o quantomeno indifferente, tutti i membri della famiglia che inconsapevolmente profittano della situazione per mantenere la stabilità e l’unità famigliare e negano i conflitti.

 Oltre a ciò c’è da dire che questo tipo di soggetti vengono spesso scambiati dal personale medico per genitori affettuosi siccome si interessano con diligenza alle istruzioni impartite dai medici negli ospedali.  Tutto ciò, oltre che a configurarsi come un danno morale nei confronti del soggetto rappresenta un vero e proprio evento di abuso su minore, penalmente perseguito dalla legge italiana (così come da molti altri stati nazionali).

Ecco, io penso che queste cose andrebbero sapute da tutti, in modo da comprendere ciò che a volte, purtroppo, succede e poi anche per essere vigili su ciò che ci accade intorno. E’ sbagliato pensare che queste barbarie accadano solo a gente a noi sconosciuta, qualche volte gli “altri” potremmo essere proprio noi.

La sindrome di Münchhausen

[Il Barone di Munchhausen]

Il nome della sindrome deriva dal Barone di Münchhausen (Freiherr Karl Friedrich Hieronymus von Münchhausen, 1720-1797), un nobile tedesco, che era noto per raccontare molte storie fantastiche e inverosimili su se stesso. 

Lo scrittore Rudolf Raspe pubblicò queste storie nel romanzo Le avventure del barone di Münchhausen. Nel 1951, il medico britannico Richard Asher fu il primo a descrivere un tipo di autolesionismo, in cui il soggetto si inventava storie, segni e sintomi di malattia. Ricordando il barone di Münchhausen, Asher, nel 1951, chiamò questo disturbo “sindrome di Münchhausen” .

La Sindrome di Münchhausen è un grave disturbo psicologico: le persone affette fingono una malattia, un trauma psicologico o incidenti per attirare attenzione, compassione e simpatia verso di sé. La persona che soffre di questa patologia, esaspera o inventa di sana pianta dei sintomi. A volte è anche conosciuta come sindrome da dipendenza dell’ospedale.

[Il Barone di Münchhausen]

Curioso, vero? Quanti di voi da piccoli non hanno letto “ Le avventure del barone di Münchhausen.”? Anni fa era un must! Un libro di avventure spettacolari, che a me sinceramente non piaceva molto perché lo trovavo un po’ eccessivo. La cosa strana è che ritrovo quel nome in un libro di psicologia, ed è di questa cosa curiosa che volevo parlarvi stasera… ma ne parlerò ancora domani, per raccontarvi anche qualcos’altro che forse è ancora più curioso…

Buon venerdì a tutti.

[notizie e illustrazioni prese dal web]

la sindrome di Procuste

Procuste, nella mitologia greca, era un locandiere che gestiva una taverna in cui offriva alloggio ai viandanti, nascondendo la sua vera natura sadica e cattiva.

Procuste possedeva un letto dove invitava tutti i viaggiatori a coricarsi. Durante la notte, quando i malcapitati dormivano, ne approfittava per imbavagliarli e legarli. Se la vittima era alta e piedi, mani e testa le sporgevano dal letto, procedeva a tagliarli. Se la persona era bassa, la stirava, rompendole le ossa per far quadrare le misure.

 Questo personaggio oscuro perpetrò le sue azioni macabre per anni, finché non giunse un uomo molto speciale: Teseo. Come sappiamo già, questo eroe aveva acquisito fama per aver affrontato il Minotauro dell’isola di Creta e per esser diventato in seguito il re di Atene. Si narra che, quando Teseo scoprì ciò che quel sadico faceva di notte, decise di sottoporre Procuste allo stesso supplizio che imponeva a tutte le sue vittime.

 Da allora, si è diffuso questo avvertimento a titolo di proverbio: 

Fa’ attenzione, ci sono persone che, quando vedono che hai idee diverse o che sei più brillante di loro, non ci pensano due volte a metterti sul letto di Procuste

Chi è affetto da sindrome di Procuste ha un’invidia aggressiva celata nei confronti degli altri in ambito affettivo, sportivo, politico o lavorativo.

 Chi soffre della sindrome di Procuste quando si trova di fronte ad una persona brillante, intraprendente, creativa e in grado di superarlo in qualche aspetto, non esita a escogitare mille stratagemmi e vili sotterfugi per annullarla, umiliarla e relegarla in un angolo dove smetta di essere “un rischio” e/o dove non può intaccare il suo sentirsi inferiore. 

Niente di più attuale! Oggigiorno funziona spesso in questo modo.

[info e immagini dal web]

Poveri genitori

faccineDifficilissimo essere genitori! L’ho detto tante volte e lo ripeto, allevare un figlio e aiutarlo a crescere è un compito molto complesso, che forse non basterebbe frequentare  nemmeno un corso di laurea quinquennale per prepararsi per bene, da tanto che è complicato.

Essere genitori non vuol dire solo nutrire i figli, ma ascoltarli, consigliarli. accudirli, proteggerli, guidarli e poi far loro da esempio,… ma tutto questo non troppo, altrimenti possono diventare bamboccioni, frustrati, plagiati, viziati, nullafacenti, oziosi e inconcludenti.  Chi è genitore sa che non deve essere solo un “amico” del proprio figlio perché deve anche avere l’autorità per dettargli delle regole da seguire; ma d’altra parte non deve essere  troppo autoritario altrimenti può fare dei danni sul povero pargolo che sta crescendo.

Finché i figli sono piccoli  tutto va abbastanza bene, poi, d’improvviso si entra nell’adolescenza e tutto cambia e diventa incomprensibile. I figli adolescenti ridono troppo, piangono troppo, mangiano troppo oppure smettono di mangiare, parlano troppo e poi ammutoliscono, hanno sempre amici intorno ma spesso li odiano; insomma sono pieni di conflitti e contraddizioni. I genitori si disperano e annaspano alla ricerca di giusti metodi per rapportarsi con quegli individui che fino al giorno prima dormivano nel lettone e giocavano a far coccole e che da un momento all’altro sono diventati estranei; ma chi conosce la teoria dei “giusti metodi”? Chi dà ai poveri genitori delle dritte sul come comportarsi?  Nessuno può dire quale sia la giusta via, quella che dovrebbe fornire la natura umana e il buonsenso e che invece tante volte rimane una via nascosta, che non si trova.

E così i figli che fanno? … I figli dal canto loro a volte (fortunatamente non sempre) alla fine diventano ancora più lontani, silenziosi e incomprensibili e con questo loro enigmatico atteggiamento a volte finisce che accettano i genitori, altre volte invece l‘accettano…  nel senso che li prendono ad accettate..  Comunque si guardi la questione, è incomprensibile.

Pensieri notturni

A prima vista sembro una persona molto tollerante, ma non è vero, non lo sono affatto. In realtà sono molto selettiva e critica ed è più probabile che “cancelli” la gente dalla mia vista vita piuttosto che continuare ad intrattenervi rapporti amichevoli. Ma non mi si fraintenda, non sto parlando di criteri di esclusione basati sul colore della pelle, sulle scelte politiche o religiose o sugli orientamenti sessuali, no, niente di tutto questo. Mi spiego: per esempio non tollero la gente che eccede. Mal sopporto i tuttologi, ovvero quelli che sanno sempre tutto e pontificano elargendo le loro perle di saggezza ai poveri sprovveduti che li ascoltano ignari. Dopo che ho ascoltato per qualche tempo una persona che si comporta così, metto il cervello in stand-by e penso  ad altro, interrompendo i ponti della comunicazione a due vie e di certo non ci sarà una seconda conversazione di quel tipo, perché   eviterò sicuramente che si ripeta. Poi sono intollerante verso i presuntuosi e soprattutto verso gli arroganti, perché ritengo siano caratteristiche proprie degli  idioti, che non riescono a moderarsi e autocontrollarsi adeguatamente.  Bruttissima razza gli arroganti, andrebbero radiati dal pianeta Terra! E che dire dei  “lecchini”?  Ossia di coloro che osannano falsamente gli altri e lo fanno unicamente  per il proprio tornaconto: sono dei falsi da cui bisogna guardarsi bene le spalle… una delle specie peggiori del genere umano.   Anche le tante adulazioni che via via noi donne riceviamo, sono  delle falsità che però non sempre sono facili da riconoscere, tant’è che a volte ci caschiamo e prendiamo delle “tronate” tremende.  L’ingenuità si paga, purtroppo e si paga a caro prezzo. Qui sul blog non è facile però capire chi ti sta accanto perché certi filtri visivi sono interdetti, nel senso che non possiamo vedere le persone e allora ci vuole più tempo a capire…e a volte forse non ci si riesce nemmeno  dopo una lunga frequentazione virtuale.  Ma poi, mi chiedo… è così importante capire chi ci sta vicino nel mondo virtuale? E’ importante sapere se chi ti commenta su un blog è un “presuntuoso” o un “lecchino”?…  e me lo sto chiedendo davvero… son qui che ci penso e non trovo la risposta, ma forse è meglio che la risposta non la trovi affatto così non sarò intollerante verso nessuno e la mia comunicazione resterà  “asettica” ovvero non soggetta ad alcun criterio di scelta da parte mia.  Di certo fa strano che ti trovi a frequentare assiduamente delle persone della blogosfera e poi se sparisci per un lungo periodo nessuno ti cerca. E’ un po’ come dire: “lontano dal blog – lontano dal cuore”. Sì, sono strani e a tratti inconcepibili i rapporti interpersonali al mondo d’oggi… chissà che ne penserebbe Freud…

Bullismo al femminile

bullismo-al-femminileLe donne ci mettono sempre un po’ del suo in ogni cosa. Fino a pochi anni fa vedevi le ragazzine delle medie a carnevale vestirsi in maschera da damina, con i boccoli nei capelli e le trine sugli abiti lunghi colorati di rosa. Adesso le cose sono cambiate e senti parlare di bullismo al femminile. Ma cos’è? Non è facile parlarne anche perché io non sono una psicologa e nemmeno una scrittrice, però tenterò di dirvi qualcosa lo stesso, perché ritengo utile parlare con voi tutti di questo problema che adesso è all’ordine del giorno della cronaca.

Mentre i maschi adolescenti diventano bulli quando fanno a botte, con ceffoni e pugni, le ragazze adolescenti praticano un bullismo più tagliente ed incisivo nella vita della vittima, quindi agiscono sul versante più prettamente psicologico delle compagne malcapitate.  Esse riescono ad arrivare dove la mera violenza non arriva; non si tocca fisicamente la vittima (anche se ci sono dei casi in cui questo accade) ma di distrugge la sua immagine esteriore ed interiore.  Tipicamente femminili sono atti come la calunnia, l’esclusione totale dal gruppo classe e le prese in giro piuttosto pesanti.

Le prese in giro sia sul fisico, che sul carattere ed anche sul modo di vestire della malcapitata hanno lo scopo di divertire, oppure di rinforzare l’immagine di sé innanzi al gruppo o al resto della classe, oppure l’obiettivo di “togliere di mezzo” la persona percepita dalla bulla come rivale in qualche campo.

La bulla percepisce il punto debole della sua vittima ed è su quello che infierirà maggiormente restando nell’ombra, in modo poco visibile specialmente dalle insegnanti.  La persona che subisce questo tipo di prepotenza è principalmente di genere femminile, timida, con disagi fisici o sociali abbastanza visibili, oppure particolarmente bella e invidiata o semplicemente insicura; comunque un soggetto a cui manca il coraggio di reagire ai soprusi.  Questa assenza di reazione decisa incoraggia il branco. Raramente il gruppo classe la difende, molto più spesso invece si assiste ad una esclusione dal gruppo e si parla di lei solo per dire cose cattive o delle falsità.

E’ da sottolineare quanto possano influire negativamente sulla personalità della perseguitata, queste azioni: prima tra tutte è l’insicurezza, l’immagine che lei ha di sé e il rapporto con gli altri.  Le occhiatine, i risolini e i pettegolezzi, infieriscono inevitabilmente sulla costruzione di una sua personalità. L’allarme maggiore è destato dall’aumento dei casi di anoressia causati dalla depressione e dalla mancata accettazione della propria corporeità. Il corpo è infatti uno dei principali argomenti di scherno delle ragazze bulle.

Il lato peggiore del bullismo al femminile consiste nel suo essere indiretto, subdolo e psicologico; si maschera bene ed è quasi invisibile dall’esterno, tant’è che genitori e insegnanti spesso non se ne accorgono. Le ragazzine “tormentatrici” sono viste come delle “cattivelle” e non come delle bulle come sono in realtà ed è per questo motivo che il fenomeno del bullismo al femminile è scarsamente conosciuto e ancora non si conoscono strategie per risolvere completamente questo problema e aiutare come si deve le vittime e le loro famiglie.

[Articolo liberamente scritto rielaborando vari articoli reperiti in rete, principalmente questo]

“aiutami prof” n.2

bambino-geloso-fratello-piccolo_200x200Forse vi ricorderete la storia di Samuele di cui parlavo qui, ma se non l’avete letta correte e leggerla perché ne vale la pena non importa, si riassume in due parole: Samuele è un ragazzino conteso tra babbo e mamma (giovanissimi) che si sono separati e litigano per mille motivi; una volta ha messo un bigliettino in tasca alla prof chiedendole aiuto.

Questo è il seguito della storia…

Ieri la prof era in classe e aspettava che i ragazzi facessero la ricreazione quando Samuele le è andato vicino e le ha detto sottovoce: “Lo sa prof che mi sta per nascere un fratellino?” La prof lo ha guardato un po’ stupita per quella dichiarazione. Samuele è un bimbo in crescita, un po’ foruncoloso, moro, con gli occhi nerissimi e profondi e con uno sguardo perennemente sorridente, di quei sorrisi che forse non lo sono realmente, ma sono atteggiamenti del volto che contrae in modo involontario certi muscoli, che fanno sembrare che uno stia sorridendo anche quando piange. Nemmeno conoscendo bene Samuele si poteva capire il suo vero stato d’animo, quello che un insegnante invece comprende bene è che il ragazzino è in difficoltà, sia nelle materie scolastiche, che nei rapporti con gli altri e forse anche nei rapporti con se stesso, infatti suo padre lo manda dalla psicologa (e lo stesso anche per il fratello che ha un anno meno di lui). Ma torniamo a noi e alla domanda che il ragazzo ha posto alla prof. “Lo sa che mi sta per nascere un fratello?”. “Tua madre ti dà un fratellino? E’ figlio del nuovo compagno, quello che ha conosciuto in primavera?” e lui: “Sì, nascerà alla fine dell’anno…” “… e tu sei contento,  vero?”, “Sì, ma con mio fratello grande dovrò andare a vivere da babbo per tanto tempo, finché il piccolo non sarà cresciuto.” E la prof, dopo aver cercato nei meandri del suo cervello un qualcosa di meno idiota rispetto a ciò che le veniva istintivo dire “ma tua madre (benedetta donna) non aveva niente di meglio da fare?” “… e tu sei contento, vero? Tua nonna e tuo padre ti faranno sfondare ai giochini elettronici e mangiare merendine quanto un bue giocare ai giochini e mangiare le merendine…” e lui: “Sì, sono contento… dai…” e la prof sapeva che su quel “dai” ci sarebbe stato da scrivere poemi, ma terminò la conversazione con uno dei suoi sorrisi più rassicuranti, facendo una carezza alla mano del ragazzo, mentre diceva: “Andrà tutto bene Samuele, …vedrai che andrà tutto bene…!”. Ma la prof mente quando serve, perché  non sarà affatto così, non andrà per niente bene e se fino a ora è stata dura, per lui lo sarà ancora di più.

Ecco, il racconto per ora finisce qui, ma della morale del racconto ne vogliamo parlare? Io mi chiedo come mai certe  donne che si sposano troppo giovani, mettono subito al mondo dei bambini anche se sono impreparate e non sanno crescerli e poi si levano dall’occasione mollando marito e prole e vanno a fare le frustrate altrove, finché non trovano (tempo zero perché sono carine e gli uomini sono dei coglioXX) un altro compagno e dimenticando la disastrosa esperienza di vita matrimoniale che hanno appena vissuto, non fanno nemmeno in tempo a conoscersi per bene che subito mettono al mondo un altro figlio! E’ come se volessero “ricompensare” il principe col cavallo bianco che è arrivato a salvarle da cotanto scempio di vita in cui la malcapitata si era ritrovata, donandogli un figlio nuovo. Ma i figli non sono regali da fare! Un orologio da polso è un regalo da fare ad un uomo, o una vacanza a Castiglioncello, ma mica un figlio!

Ma che lo fai a fare un figlio nuovo se hai due figli che già non hai saputo crescere e che tutti i giorni fanno il viottolo dagli psicologi?

Certe vite sono vite di  corsa, in cui le esperienze non hanno il tempo di essere vissute e di quelle non si fa tesoro e non si impara niente. Vite in cui gli errori si ritrovano fitti fitti e le delusioni si susseguono alle illusioni a ritmo incalzante.

La prof vuole indire una petizione per promuovere una legge che preveda il superamento di un apposito corso di laurea propedeutico per diventare mamma! …sì, lo farà, vedrete che lo farà!

Aiutami prof…

genitori che litiganoQuando il mio blog era “vivo” (ovvero prima della lunga pausa) era molto conosciuto per una  serie di storie che pubblicavo e che appartenevano alla categoria “le storie della prof”; ora ho perso un po’ il ritmo, dopo tanto silenzio, ma ci riprovo e vi racconto qualcosa che mi è rimasto nei ricordi dello scorso anno scolastico e così, se vi va, mi dite voi che cosa ne pensate 🙂 … è un po’ lunghina ma spero che vi piacerà.

Quel giorno la prof era a far lezione nel laboratorio di scienze, in mezzo alle provette e alle cartine al tornasole; gli alunni erano seduti ai loro banchi, tutti intenti a scrivere nei propri quaderni le relazioni degli esperimenti svolti, l’ora era quasi finita e
non c’era che da mettere a posto il materiale e da fare le cartelle per uscire, insomma, erano le 13 e qualche ragazzo già si alzava dal posto e sistemava le sue cose. Nel giro di pochi minuti gli studenti uscirono da scuola e l’aula si vuotò. La prof a quel punto prese la borsa, se la mise a tracolla e si frugò nella tasca della giacca per cercare le chiavi dell’auto, ma al tatto sentì della carta e tirò fuori un bigliettino dove una calligrafia incerta aveva scritto: “MIO BABBO E MIA MAMMA LITIGANO SEMPRE E A VOLTE SI TIRANO ADDOSSO LE COSE, PROF MI AIUTI? SAMUELE”

La prof sgranò gli occhi, non le era mai capitata una cosa del genere in tanti anni che insegnava, immaginò il piccolo Samuele, timido e impacciato, in mezzo a due genitori scatenati che sbraitavano e si tiravano oggetti. Sentì un brivido lungo la schiena e una stretta al cuore. Che avrebbe dovuto fare? Si fermò in mezzo all’atrio, guardando qua e là in silenzio, cercando dentro di sé una risposta.  Intanto stette zitta con i colleghi, che si sa, poi parlano e con  le chiacchiere le situazioni degenerano; dopo qualche attimo di esitazione si diresse in presidenza e dopo aver spiegato la cosa alla preside, ebbe il permesso di chiamare i genitori del bimbo e, con le dovute cautele, di parlarci per capire come stavano le cose.  La prof lo sapeva, si chiama CONNIVENZA, e di fatto se ne rende colpevole davanti alla legge, quell’insegnante che in qualche modo è a conoscenza del disagio di un alunno ma non fa nulla per aiutarlo.  E allora… meglio chiamare i genitori e cercare di fare qualcosa…e farlo alla svelta. E i genitori furono convocati e si presentarono alla svelta. Due giovani, che già da una prima occhiata non dimostravano nemmeno 40 anni. La madre era una “stinfia” (va di moda questo termine che indica una persona acida e alquanto arrogante), piccolina, magrissima, truccatissima, vestita attillatissima… fredda e  dura più del marmo. Il padre, un giovanottone paffuto, con gli occhi profondi di chi è intelligente ma della sua intelligenza non se ne è servito se non per avere dei buoni voti a scuola, infatti l’aspetto era dimesso e sembrava anche un po’ sprovveduto. La prof li accolse con un sorriso, di quelli che sfoderava quando voleva mettere a suo agio la gente prima di dargli qualche “bastonata”. Lo faceva anche con gli studenti che volevano farla franca e non studiavano.. li chiamava all’interrogazione di matematica, gli mollava un sorriso mentre gli faceva un paio di domande …e alla fine gli dava 4! “Indorare la pillola”, credo che si dica così!  Insomma, tornando ai genitori, la prof esordì dicendo: “Benvenuti, volevo conoscervi e parlarvi di Samuele: siccome il bimbo è spesso distratto e sembra che abbia dei pensieri che lo turbano… sì, insomma, qui a scuola vorremmo capire se c’è qualcosa che non va e che dovremmo sapere.. sappiamo che siete separati…”. Non aveva fatto in tempo a finire la frase che i due genitori cominciarono a litigare tra di loro additandosi a vicenda e colpevolizzandosi di mille cose. Lui accusava lei di non essere mai stata una buona madre e lei accusava lui di mandargli i figli che poi venivano lasciati in compagnia della nonna e non con il babbo. Il babbo rispondeva che lui doveva lavorare e non ce la faceva ad essere sempre presente nei giorni dell’affidamento ma che la nonna voleva un gran bene ai nipoti e non faceva loro mancare nulla, quindi che problema c’era? La donna ribatteva che se i figli dovevano stare in compagnia della nonna allora se li teneva lei e non li avrebbe mandati dal padre mai…  Dalle grida si capiva il perché Samuele aveva chiesto aiuto a qualcuno e chi se non ad un’insegnante che tutti i giorni si trovava davanti e parlava serenamente con lui? A quel punto la prof non ne poteva proprio più dei due scalmanati e, senza menzionare il biglietto di aiuto, prese la situazione in pugno e disse: “Vi state comportando da ragazzi e non da genitori e questo non va assolutamente bene! Dovete gestire questa situazione e trovare dei compromessi perché i vostri figli non devono soffrire delle vostre incomprensioni. Io a questo punto vi dico che, o trovate un punto d’incontro, o sono costretta a chiamare i servizi sociali …  e voi sapete che poi saranno problemi seri! Dovete organizzarvi pacificamente se non volete avere grane.” E con questo monito li salutò.

Passarono dei giorni, non molti in realtà, e poi accadde che Samuele, con la focaccina in mano, durante l’intervallo, si avvicinò alla prof e  le sussurrò: “Sa prof, babbo e mamma hanno fatto pace e ora mamma mi lascia stare anche da nonna..e io sono felice perché nonna mi fa le merende buone, mi aiuta a fare i compiti e mi fa giocare alla play… mamma ora si è calmata e ha anche messo a posto la mia cameretta” e finì la frase con un sorriso enorme prima di guardare l’insegnante negli occhi e aggiungere: “Grazie prof!”.

La prof allora sentì benessere nel suo cuore, sapeva che forse la situazione non si sarebbe risolta facilmente per sempre,  ma intanto il primo passo era stato fatto…e fatto bene 🙂

[immagine presa dal web – storia di Alidada]