Le storie della prof

cellulare

Questa non è una storia per ridere; non è nemmeno una storia banale. E’ una storia singolare,  che una volta vissuta uno si rende conto che la deve ricordare e dimenticare al tempo stesso e per far questo si deve impegnare molto, perché il rancore spesso supera il buonsenso e in quel caso si rischia di far dei danni. E’ una storia che fa schifo riflettere sui valori della vita così come li può vivere un adolescente in crescita. Insomma, è una “storia della prof”.

Era fine giugno e la prof aveva appena finito gli esami; era serena perché quell’anno era sicura di aver fatto le cose giuste: chi meritava di passare era passato e chi meritava di bocciare era bocciato. A suo parere nessuno  dei suoi alunni aveva ricevuto una valutazione sbagliata e così lei si sentiva in pace con il mondo/scuola e pronta ad affrontare il meritato riposo estivo.  Fatto sta  che una sera, verso le  9 le suona il cellulare, un numero “anonimo” faceva squillare ripetutamente il suo telefono e lei detto fatto risponde: una voce di ragazzino le dice: “Pronto, prof… “ e lei: “Sì… che c’è?” e di là: “Sono Filippo Rossi della classe prima C…” e la prof preoccupata: “Oddio, Filippo, che succede? Perché mi chiami a quest’ora?” .. Consapevole che le chiamate ad ore tarde dei colleghi o delle famiglie degli alunni  di solito avevano  portato brutte notizie, la prof era già in ansia, ma dall’altra parte arrivò subito la replica: “… me lo fa un pomXXXXXno  ?” Beh, insomma, quella cosa lì della Monica Lewinsky, tanto per capirci 😦  e poi, detta questa cosa stupida… giù con le risate. Non c’era dubbio, era stata una telefonata anonima, sconcia e volgare e la prof era rimasta basita e tempo zero riagganciò il telefono mentre era ancora lì con gli occhi sbarrati.  Suo marito e i figli assistettero alla scena e chiesero cosa fosse successo, lei rispose semplicemente che era stata una telefonata stupida di qualche alunno che si voleva divertire alle sue spalle. Passò qualche attimo in cui lei si chiese il perché di quel gesto, che non le era mai successo prima e si chiese anche come avessero avuto il numero del suo cellulare, ma poi le venne in mente che quella volta che aveva portato i bimbi di prima media in gita a Siena, nel dubbio che qualcuno si perdesse aveva pensato bene di dar loro il suo numero di telefono… e quella ne era la conseguenza. Comunque sia,  pochi minuti dopo,  appena aveva terminato di fare tutti questi ragionamenti, il cellulare squillò di nuovo e lei restò lì ferma con il telefonino in mano, pensando alla sfrontatezza di quel ragazzo, che ci stava addirittura riprovando. Tempo zero suo marito le prese il telefono di mano e rispose lui a quel ragazzo, minacciandolo duramente. Ma servì a poco anche la minaccia, perché alcuni giorni dopo, quando ormai erano al mare, la scena si ripeté e  poi ancora un’altra volta, fino al 14 agosto, giorno in cui il cellulare suonò alle 2 di notte facendole prendere un colpo.  Il numero era sempre anonimo e stavolta la prof non rispose, ma sentiva il sangue bollirle dalla rabbia nelle vene. Era chiaro che chi faceva le telefonate anonime non era davvero Filippo Rossi, il bimbo bravissimo della classe prima C, con la voce roca e i modi impacciati, l’energumeno delle chiamate moleste aveva la voce esile e squillante ed evidentemente usava il nome del compagno per fuorviare i sospetti.

La mattina di Ferragosto la prof prese la sua borsetta e le chiavi dell’auto e arrabbiata come una furia, uscì e si recò alla caserma dei carabinieri per una denuncia. Il brigadiere la fece entrare nel suo ufficio e ascoltò tutte le sue lamentele con pazienza, redigendo uno di quei verbali che i carabinieri fanno e che almeno un po’ dell’arrabbiatura te la fanno passare perché sono quanto meno “coloriti” nel linguaggio. A parte questo, il carabiniere disse che entro qualche giorno avrebbero saputo chi era l’artefice del misfatto e poi avremmo deciso il seguito della storia.

Dopo una settimanetta  la prof venne richiamata perché era arrivato il risultato delle indagini e di corsa tornò in caserma.  Il brigadiere l’accolse sorridendo e la fece sedere nel suo ufficio, tutto gentile poi le disse mostrando un pacco di fogli: “Abbiamo avuto la risposta e sappiamo chi l’ha infastidita… conosce una certa Enrichetta  Bianchi?”… e la prof: “Sì. Certo, è una bimba di prima C…  e allora?”  e il brigadiere: “E’ lei che le telefonava!”  . La prof era impietrita e non sapeva cosa dire. Una ragazzina di 11 anni che faceva quegli scherzi? … Che usava quelle parole volgari?… Una ragazzina con cui aveva anche avuto buoni rapporti durante l’anno scolastico.. ? E perché mai?  La prof si faceva tutte queste domande sotto voce e non trovava alcuna risposta. Era rimasta spiazzata e incredula.

Ma questo racconto di questa storia schifosa su cui riflettere sta diventando troppo lungo e noiosa e allora andiamo velocemente al termine.

Alcuni giorni dopo vennero convocati tutti in caserma: la prof, la bimba e i suoi genitori. Il brigadiere a quel punto introdusse il problema e tutti intervennero e dissero la propria opinione mentre la bimba stava lì ritta, con un ghigno misto tra un sorriso e un’espressione di distacco.  La prof disse che i genitori avrebbero dovuto dare una punizione per quel gesto così sfrontato e maleducato cinque dita sul viso non ci sarebbero state male ma il padre sorridendo aggiunse che “ai nostri tempi” si andava a suonare i campanelli e ora i ragazzi fanno quelli scherzi lì.  no no

E qui la storia ha termine; ve l’avevo detto che è una storia da ricordare (si fa tesoro di queste esperienze che insegnano molto) e da dimenticare (perché quella bimba non deve essere “marchiata” da un errore che ha commesso e dal rancore che esso ha generato, la bimba, a scuola passerà altri due anni con la prof e sarà come se nulla fosse successo).

E questo è tutto, le riflessioni fatele voi, se vi va, che la prof ha già riflettuto anche troppo.pensieroso

Questa non è una storia per ridere; non è nemmeno una storia banale. E’ una storia singolare,  che una volta vissuta uno si rende conto che la deve ricordare e dimenticare al tempo stesso e per far questo si deve impegnare molto, perché il rancore spesso supera il buonsenso e in quel caso si rischia di far dei danni. E’ una storia che fa schifo riflettere sui valori della vita così come li può vivere un adolescente in crescita. Insomma, è una “storia della prof”. 

Aiutami prof…

genitori che litiganoQuando il mio blog era “vivo” (ovvero prima della lunga pausa) era molto conosciuto per una  serie di storie che pubblicavo e che appartenevano alla categoria “le storie della prof”; ora ho perso un po’ il ritmo, dopo tanto silenzio, ma ci riprovo e vi racconto qualcosa che mi è rimasto nei ricordi dello scorso anno scolastico e così, se vi va, mi dite voi che cosa ne pensate 🙂 … è un po’ lunghina ma spero che vi piacerà.

Quel giorno la prof era a far lezione nel laboratorio di scienze, in mezzo alle provette e alle cartine al tornasole; gli alunni erano seduti ai loro banchi, tutti intenti a scrivere nei propri quaderni le relazioni degli esperimenti svolti, l’ora era quasi finita e
non c’era che da mettere a posto il materiale e da fare le cartelle per uscire, insomma, erano le 13 e qualche ragazzo già si alzava dal posto e sistemava le sue cose. Nel giro di pochi minuti gli studenti uscirono da scuola e l’aula si vuotò. La prof a quel punto prese la borsa, se la mise a tracolla e si frugò nella tasca della giacca per cercare le chiavi dell’auto, ma al tatto sentì della carta e tirò fuori un bigliettino dove una calligrafia incerta aveva scritto: “MIO BABBO E MIA MAMMA LITIGANO SEMPRE E A VOLTE SI TIRANO ADDOSSO LE COSE, PROF MI AIUTI? SAMUELE”

La prof sgranò gli occhi, non le era mai capitata una cosa del genere in tanti anni che insegnava, immaginò il piccolo Samuele, timido e impacciato, in mezzo a due genitori scatenati che sbraitavano e si tiravano oggetti. Sentì un brivido lungo la schiena e una stretta al cuore. Che avrebbe dovuto fare? Si fermò in mezzo all’atrio, guardando qua e là in silenzio, cercando dentro di sé una risposta.  Intanto stette zitta con i colleghi, che si sa, poi parlano e con  le chiacchiere le situazioni degenerano; dopo qualche attimo di esitazione si diresse in presidenza e dopo aver spiegato la cosa alla preside, ebbe il permesso di chiamare i genitori del bimbo e, con le dovute cautele, di parlarci per capire come stavano le cose.  La prof lo sapeva, si chiama CONNIVENZA, e di fatto se ne rende colpevole davanti alla legge, quell’insegnante che in qualche modo è a conoscenza del disagio di un alunno ma non fa nulla per aiutarlo.  E allora… meglio chiamare i genitori e cercare di fare qualcosa…e farlo alla svelta. E i genitori furono convocati e si presentarono alla svelta. Due giovani, che già da una prima occhiata non dimostravano nemmeno 40 anni. La madre era una “stinfia” (va di moda questo termine che indica una persona acida e alquanto arrogante), piccolina, magrissima, truccatissima, vestita attillatissima… fredda e  dura più del marmo. Il padre, un giovanottone paffuto, con gli occhi profondi di chi è intelligente ma della sua intelligenza non se ne è servito se non per avere dei buoni voti a scuola, infatti l’aspetto era dimesso e sembrava anche un po’ sprovveduto. La prof li accolse con un sorriso, di quelli che sfoderava quando voleva mettere a suo agio la gente prima di dargli qualche “bastonata”. Lo faceva anche con gli studenti che volevano farla franca e non studiavano.. li chiamava all’interrogazione di matematica, gli mollava un sorriso mentre gli faceva un paio di domande …e alla fine gli dava 4! “Indorare la pillola”, credo che si dica così!  Insomma, tornando ai genitori, la prof esordì dicendo: “Benvenuti, volevo conoscervi e parlarvi di Samuele: siccome il bimbo è spesso distratto e sembra che abbia dei pensieri che lo turbano… sì, insomma, qui a scuola vorremmo capire se c’è qualcosa che non va e che dovremmo sapere.. sappiamo che siete separati…”. Non aveva fatto in tempo a finire la frase che i due genitori cominciarono a litigare tra di loro additandosi a vicenda e colpevolizzandosi di mille cose. Lui accusava lei di non essere mai stata una buona madre e lei accusava lui di mandargli i figli che poi venivano lasciati in compagnia della nonna e non con il babbo. Il babbo rispondeva che lui doveva lavorare e non ce la faceva ad essere sempre presente nei giorni dell’affidamento ma che la nonna voleva un gran bene ai nipoti e non faceva loro mancare nulla, quindi che problema c’era? La donna ribatteva che se i figli dovevano stare in compagnia della nonna allora se li teneva lei e non li avrebbe mandati dal padre mai…  Dalle grida si capiva il perché Samuele aveva chiesto aiuto a qualcuno e chi se non ad un’insegnante che tutti i giorni si trovava davanti e parlava serenamente con lui? A quel punto la prof non ne poteva proprio più dei due scalmanati e, senza menzionare il biglietto di aiuto, prese la situazione in pugno e disse: “Vi state comportando da ragazzi e non da genitori e questo non va assolutamente bene! Dovete gestire questa situazione e trovare dei compromessi perché i vostri figli non devono soffrire delle vostre incomprensioni. Io a questo punto vi dico che, o trovate un punto d’incontro, o sono costretta a chiamare i servizi sociali …  e voi sapete che poi saranno problemi seri! Dovete organizzarvi pacificamente se non volete avere grane.” E con questo monito li salutò.

Passarono dei giorni, non molti in realtà, e poi accadde che Samuele, con la focaccina in mano, durante l’intervallo, si avvicinò alla prof e  le sussurrò: “Sa prof, babbo e mamma hanno fatto pace e ora mamma mi lascia stare anche da nonna..e io sono felice perché nonna mi fa le merende buone, mi aiuta a fare i compiti e mi fa giocare alla play… mamma ora si è calmata e ha anche messo a posto la mia cameretta” e finì la frase con un sorriso enorme prima di guardare l’insegnante negli occhi e aggiungere: “Grazie prof!”.

La prof allora sentì benessere nel suo cuore, sapeva che forse la situazione non si sarebbe risolta facilmente per sempre,  ma intanto il primo passo era stato fatto…e fatto bene 🙂

[immagine presa dal web – storia di Alidada]

dubbi perenni

Cara Serenella ,

stavolta sono io ad essere in ritardo nel risponderti, ma non perché me ne sono dimenticata, ma perché sono stata indaffaratissima nelle procedure di fine anno scolastico/esami e il tempo mi è passato troppo veloce. Ho letto nella tua ultima mail che sei stata bravissima in prima liceo scientifico e hai ricevuto delle valutazioni altissime. Che bello!!! Sai che ho parlato di te ai miei ragazzi delle medie? Ti saranno fischiate le orecchie! 🙂 Mi sono vantata di averti avuta tra le alunne dello scorso anno e ho narrato dei tuoi successi, dicendo poi ai ragazzi di terza che se vogliono possono anche loro dare il meglio di se stessi e cercare di farcela con onore. In realtà so bene che pochi di loro ce la faranno “con onore”, come sapevo bene che anche l’anno scorso la storia era la stessa e solo pochi dei 28 alunni della tua classe ce l’avrebbero fatta a riportare valutazione encomiabili; diciamo che pensavo che la maggior parte ce l’avrebbe fatta “a sopravvivere” alla prima superiore e credo che così sia stato. Ho sentito alcune mamme degli studenti dello scorso anno parlare della “fatica” dei loro figli a stare dietro alle richieste dei prof della scuola superiore e io, come sempre sono andata un po’ in crisi dicendomi che alla scuola media forse dovremmo richiedere di più, per abituare i ragazzi a studiare. Devi sapere che questo è sempre stato un mio chiodo fisso, ossia, se è meglio una scuola selettiva dove i ragazzi sono più preparati ma tanti si perdono o una scuola più “formativa” dove tutti vengono aiutati a crescere ma le eccellenze alla fine si fiaccano un po’. Tu dirai che ci sono le mezze misure e io ti rispondo che in generale la nostra scuola media, quella “pubblica” è da anni una scuola delle mezze misure, dove si portano dietro i ragazzi con tanti problemi e dove escono degli alunni preparati discretamente (non ottimamente, ma solo al meglio di quel che si può fare).
Pensa se non ci fosse stato Pierino e altri “perditempo” come si sarebbe lavorato bene nella tua classe di 28 ragazzi e quante cose in più avremmo potuto fare, invece no, abbiamo passato molto tempo a stare dietro a chi era in difficoltà.. e così è andata.
Io, mia cara Serenella, dopo più di 30 anni che insegno, ancora non so quale sia la via migliore per preparare gli alunni, specialmente quelli bravi, che dovrebbero andare al liceo e cavarsela bene almeno al primo anno,facendo meno fatica. Purtroppo non ho una bacchetta magica e questo difficilissimo lavoro da insegnante è sempre arduo per me.
Ti dico anche che quest’anno ho riflettuto moltissimo e mi sono detta che se possibile bisognerebbe limitare il numero dei “perditempo” e che forse è giunta l’ora di tornare a bocciare di più, in modo che chi non ha voglia di far nulla abbia almeno uno spauracchio della bocciatura. Ho pensato che forse era giunta l’ora di tornare ad una scuola più “rigida”. Così è stato fatto, quest’anno nella mia scuola abbiamo bocciato più di sempre e per qualcuno ho picchiato i pugni sul tavolo proprio io, per fermarlo e fargli ripetere un anno di scuola, cosa che credo di non aver quasi mai fatto prima. Il problema è che non sopporto più di vedere ragazzi analfabeti e svogliati che dormicchiano sui banchi, ostacolando anche il lavoro di chi è bravo come te e deve continuare gli studi. Tu come la pensi? A volte penso che avrei fatto meglio ad andare ad insegnare ad un liceo dove avrei sicuramente fatto vita più semplice, con ragazzi diligenti e studiosi, … ma poi rivedo il mio lavoro come una missione, in cui ci si rimbocca le maniche e si cerca di crescere gli adolescenti, nel periodo più difficile della crescita di ciascun individuo.  Sai che di solito si ricordano di me i più “disastrati” rispetto ai più bravi? Strano vero? Forse i più “disastrati” si rendono più conto che per loro ho fatto qualcosa, mentre i bravi non hanno di questi problemi e dimenticano i loro vecchi insegnanti. Tu sei una mosca bianca 🙂 Tu che sei bravissima ricordi la tua prof delle medie e non immagini quanto questo mi faccia bene al cuore 🙂
Ti abbraccio forte forte e ti mando un bacio grande,
ciao piccola grande Serenella ❤

Gianni la sa lunga

La prof per la prima volta in vita sua, in classe ha un bimbo che non parla. Non è che sia muto, no no, è solo un ragazzo che se ne sta nel suo mondo e preferisce non parlare con nessuno. Luigi passa il suo tempo a trafficare con gli oggetti che tira fuori dall’astuccio e non alza mai lo sguardo per vedere cosa succede in classe. La prof lo richiama, a volte con le buone e a volte con le cattive maniere, ma solo molto raramente Luigi si convince a lavorare. Eppure sarebbe un ragazzo molto intelligente, si vede da quelle poche cose che scrive, in quei rarissimi momenti che si apre al mondo, ma si parla di attimi e poi tutto ritorna ai suoi silenzi e alla sua apatia. Incomprensibile… e la prof non si dà pace e prova tutte le strategie per cercare di recuperare quel bambino difficile, ma non ci riesce. 

Stamattina la prof era in uno di quei momenti in cui ci riprovava e, davanti a quegli altri 28 silenziosi spettatori, si era mossa ed era andata davanti al banco di Luigi per parlargli: “Dai.. prendi il quaderno… scrivi, forza, ..è importante… tutti stanno scrivendo…” mormorava con infinita pazienza, ma nulla, quegli occhi neri di Luigi rimanevano fissi come fosse in trance. E lei continuava: “prova almeno a dirmi qualcosa, …dimmi cosa ti turba…dai…” e di risposta otteneva solo silenzi e si sentiva persa e impotente di fronte a quei patemi incomprensibili del cervello umano. 

“Si può sapere che cosa non va…?” continuava la prof…ed è stato a quel punto che Gianni, il compagno di Luigi, un biondino alto poco più di un metro,  di quelli pieni di lentiggini, foruncoli e con l’apparecchio ai denti, ha esclamato con voce sicura e decisa davanti a tutti: “Dai, prof, che vuole che abbia Luigi… è  nervoso, forse avrà il ciclo…!”

Detto fatto la prof ha dato un’occhiata a Luigi che è rimasto impassibile come se nessuno avesse parlato mentre più in là due bambine sghignazzavano sotto sotto, nella loro complicità di chi la sapeva lunga, I maschi, ..o meglio i bimbi erano lì che non capivano il significato di quelle parole ed erano rimasti a bocca aperta, con i punti interrogativi stampati nelle pupille. Tutti guardavano la prof che per un attimo si era trovata spiazzata e stava ancora pensando in che occasione  Gianni poteva aver sentito dire una cosa del genere… ma forse la spiegazione era proprio semplice e la prof si vide il film davanti agli occhi: la mamma di Gianni nervosa che sbraitava e suo marito che gli diceva: “ma perché sei così nervosa..hai forse il ciclo???” 🙂 Sì, probabilmente era quello il motivo che aveva portato Gianni ingenuamente ad esclamare quelle parole 🙂 Voi allora che avreste fatto? Forse una bella spiegazione di educazione sessuale a degli undicenni? La prof proprio non se la sentiva di affrontare tutto un lungo discorso con i suoi piccoli alunni e allora ha lasciato perdere tutto quanto e, ridendo tra sé e sé come una matta è tornata in cattedra e, facendo buon viso a cattivo gioco, subito si è ricomposta e ha ricominciato a parlar di matematica.

[immagine presa dal web]

storie incomplete

sguardoLei era lì, appoggiata alla parete e appariva molto più carina rispetto all’ultima volta che l’avevo vista, circa un paio di anni fa. Il fisico ora era ben tornito e più slanciato, fasciato da un maglioncino accollato color cielo e un paio di jeans con i brillantini luccicanti. Una bella ragazza senza dubbio: alta, con il trucco curato, i capelli legati raccolti in un ciuffo che gli cadeva sulla testa; una pettinatura alla moda, gli occhi neri, pungenti come non mai e poi quel suo sguardo ammiccante e sfuggente che tanto mi faceva arrabbiare quando mi guardava in quel modo che a me sembrava strafottente nel mentre mi rispondeva male in classe.

Era stata una ragazzina difficile; una di quelle che interrompeva monopolizzando l’attenzione dei compagni e non ti faceva mai far lezione in pace. Una tipa tosta, perché così l’aveva fatta diventare la vita difficile che aveva dovuto sopportare da quando era nata. Suo padre che entrava e usciva di galera, i suoi fratelli drogati, sua madre malata di mente e chiusa in una struttura sanitaria, sua zia che la rifiutava e le chiudeva la porta in faccia e sua nonna anziana, malata e povera.
Capita in questi casi che ci si chieda che hanno fatto di male certi ragazzi per nascere in situazioni così devastanti e come mai non hanno potuto avere certi privilegi di cui possono godere i loro coetanei.

Non ci sono alternative a certi destini avversi e l’unica via di uscita è imparare ad accettare la situazione e cercare di sopravvivere.

Di certo per Giulia, la ragazzina dallo sguardo di fuoco, la situazione non si era stabilizzata, altrimenti non saremmo stati lì, nell’anticamera di un’aula di tribunale.  Una strana situazione per chi non è abituato ad avere a che fare con problemi di giustizia e ancor più strana è la situazione di una prof che si trova a dover varcare per la prima volta in vita sua la soglia dell’aula di tribunale per andare a testimoniare per soprusi e violenze familiari su una giovane ragazzina.
Dalla finestra a piano terra si vedeva che fuori il cielo era cupo e nevischiava. La neve aveva coperto le sterpaglie che circondavano lo stabile ed era anche un bene perché il giardino era talmente trascurato e pieno di macerie e robe vecchie che meno si vedeva e meglio era.
“Ciao Giulia, come stai?” .. un breve sorriso e un abbraccio interminabile. E quello è stato l’unico momento bello di tutto quel pomeriggio pieno di domande e di risposte, di sussurri e di urla disperate, pieno di odio e di rancore.. pieno di menzogne e verità.. pieno di cose che non erano mie e che non capivo.. pieno di cose che non avrei mai saputo. Un pomeriggio pieno di storie incomplete e incomprese, forse affrontate troppo tardi, quando ormai non ci sarebbe stato più tempo per cambiare nulla. Un pomeriggio interminabile e assurdo in cui ci si sente inadeguati a tutto, anche a vivere.

proffe..

A scuola iniziano le riunioni di fine anno. Quelle “adunanze” come le chiamavano ai tempi di mia madre, in cui si rendiconta l’attività di un anno di lavoro e si comincia a progettare per l’anno che verrà.

Brutta storia che tutti gli anni si ripresenta puntualmente.
Forse sarò io che non riesco a sintonizzarmi con i colleghi  o forse c’è proprio una difficoltà genetica nei cromosomi dei prof a mettersi in sintonia l’uno con l’altro. 

Io non so per quale assurdo motivo, dopo pochi minuti che sediamo dietro a quei banchini dei ragazzi, tra le cingomme appiccicate e i disegnini di tutti i generi, cominciamo a litigare e a becerare tra di noi. 
Per quale incomprensibile ragione non siamo capaci di dirci le cose in modo educato e magari anche con un tono che va d’accordo con i nostri poveri timpani di prof ormai attempati? Perché ci vogliamo così male?

A volte, in quel caos, metto il cervello in standby, mi distraggo e mi metto a pensare che servirebbe un negriero, di quelli che a suon di schiocchi di frusta costringevano gli schiavi a remare per condurre il vascello al di là delle bufere. Mi immagino una sorta di Capitan Uncino che tiene le redini di tutta quella gente agitata e la fa tacere e stare al proprio posto. A pensarci bene mi piacerebbe un Capitan Uncino tipo Johnny Depp che magari anche il solo starlo a guardare fosse ..come dire… gratificante.   

Comunque sia la mancanza di coerenza è ciò che mi infastidisce di più: è il sentir dire tutto e il contrario di tutto nel giro di pochi minuti  sottovalutando la capacità di attenzione, di ragionamento e anche di memoria a breve termine degli altri, di coloro che ti stanno ascoltando.
A volte alle riunioni ho provato a portarmi qualcosa da leggere: la settimana enigmistica e anche qualche libriccino con le ricette, per vedere di passare il tempo nel modo più tranquillo possibile,  ma non è servito a niente perché in quel bailamme di chiacchiere ad alta voce non è proprio possibile concentrarsi.  —
…e allora guardo fuori di finestra, alla vicina di casa,  a colei che abita accanto alla scuola e che noncurante di ciò che accade nelle vicinanze, continua a  tendere i panni al sole, distrattamente, sulla balaustra del suo terrazzo. …e allora penso… eppure c’è chi fa la casalinga e si lamenta!