Ma con la sicurezza come si mette?

sicurezzaQuest’anno è dal 1° di settembre che a scuola mia si parla di sicurezza. Se ne parlava anche gli anni scorsi ma non in modo così approfondito.  Oggigiorno i corsi per la sicurezza sono obbligatori e tutti noi lavoratori dobbiamo conoscere le norme affinché nessuno a scuola si faccia male in nessun modo.  E, non so che ne pensate, ma se riflettete anche solo per un attimo vi rendete subito conto che è una missione quasi impossibile. Intanto è bene chiarire che il livello scolastico è quello degli adolescenti, ossia ragazzi di 12/13 e 14 anni, che è l’età in cui sono più agitati; e poi, con i gruppi classe di 28 unità, è difficile controllarli tutti.

Insomma, dal 1° settembre, tutte noi insegnanti, lì a occhi spalancati e cervello in funzione… guai a chi si appisolava!  E via con le norme: gli alunni, non possono salire e scendere le scale se non con un permesso del docente (la scuola è su due piani), non possono dondolarsi sulle sedie e nemmeno trascinarle da una parte all’altra dell’aula. Figuriamoci se possono salire su una sedia (magari per attaccare un cartellone alla parete)… MAI!!! Non possono correre per i corridoi ed è anche bene evitare che portino zaini pesanti, quindi meno libri e quaderni nelle borse. Non si devono avvicinare alle finestre e in palestra è bene controllare che il campo  di pallavolo sia a debita distanza dalle pareti esterne, altrimenti il prof si dovrà mettere carponi, giù per terra e, con il nastro adesivo, delimitare un nuovo campo, più piccolo di quello esistente, ma a norma. Inutile dire che tutti…e con tutti intendo TUTTI (nessuno escluso!) i materiali e gli strumenti delle classi e dei laboratori, nonché della palestra, devono essere certificati a norma altrimenti vanno tolti! E poi ci sono i piani di evacuazione.. Immaginatevi vuotare una scuola con più di 500 alunni in pochi secondi (ci cronometrano pure!). Insomma, è tutto studiato a tavolino e deve funzionare. All’intervallo gli alunni escono dall’aula ma tutti (e dico TUTTI!) i prof devono essere lì vigili sulla porta e pronti a badarli (a zona) in modo che tutti si comportino bene e nessuno si faccia del male. Se qualcuno degli alunni ha poi bisogno del bagno l’insegnante è meglio che si posizioni sulla porta e non perda di vista nemmeno per un attimo il ragazzino che va a fare pipì. All’entrata del mattino i docenti di fanno trovare in classe e coloro che non rispettano questa regola corrono dei seri rischi.  Quello che sfugge un po’ a questa organizzazione minuziosa, è come facciano i docenti, una volta entrati nella macchina-infernale-scuola, ad ottemperare ai propri bisogni fisiologici. Metti che mi prenda la sete che faccio se non posso lasciare la classe nemmeno per un secondo? Beh, va bene, mi porterò una bottiglietta d’acqua, oppure un thermos con il the, d’inverno…Ma, ancor più importante e problematico: ma se una volta nella mattinata dovessi andare io al bagno, come faccio? Di custodi non ce ne sono abbastanza quindi non si può chiedere a loro di sorvegliare… e non si possono abbandonare i minori da soli (così dice il regolamento) …e allora che si fa? Io ho pensato di comprare i Tena Pants, ovvero i pannoloni a mutanda, oppure, vista l’età, vorrà dire che mi porterò dietro la mia badante e la lascerò a reggere la classe nel mentre vado al bagno… semplice no?  thinkw265 Problema risolto!

La prof è sui blocchi di partenza

profStamani, di prima mattina, ho acceso la tv e mi sono trovata davanti la Fornero; a quel punto mi son detta:”Guarda questa faccia tosta! Si comincia bene la giornata, non c’è che dire!” 😦 . Per me la Fornero è come il diavolo funesto e, credetemi, è meglio che chiuda qui il discorso prima che mi accalori mandando gli anatemi e le maledizioni a tutta la classe politica italiana. Parlano dell’Ape,  ovvero della “manovrina” per veder di cercarsi dei favori da parte degli elettori dare una svolta alla questione del lavoro, ma bisogna essere proprio ottimisti fino all’inverosimile per aspettarsi qualcosa di buono e di serio. A me sembra un ricatto bello e buono: “Vuoi andare in pensione?…Paga!”…”Ma, perché non mi rendete i soldi miei, che ho messo da parte in quasi 40 anni di lavoro?”… “No!!!! PAGA E FATTI UN MUTUO!”  Ecco come stanno le cose.no no

Comunque sia, visto che non c’è niente da fare, mi tocca tornare al trabajo, me ne sono fatta una ragione e da brava prof, ho preparato gli attrezzi del mestiere gli strumenti di lavoro che consistono in:

  1. l’orologio da polso (messo via a giugno, perché non serviva più a nulla)
  2. penna rossa (ovvero arma letale, usata sui compiti di matematica, adatta a terrorizzare lo stuolo dei discenti chiassoni)
  3. anello da mettere all’anulare della mano sinistra (ovvero la famosa “fede” che oltre a dare una certa “classe”, ha il pregio che “suona” quando si sbatte la mano sulla cattedra per richiamare all’ordine.
  4. registro del docente, ovvero nell’era dell’alta tecnologia dove si va avanti con il registro elettronico fascicolo debitamente fatto in proprio, ad uso e consumo personale, fotocopiato e rilegato alla Buffetti; costo 4 euri. Servirà per scriverci i famigerati votacci voti.
  5. occhiali da vista: e qui si apre una questione spinosa perché non servirebbero, ma con quegli esponentini…ini…ini… ahi ahi ahi… troppi errori di dettatura e allora gli occhialini dei cinesi da 5 euri a sconto, vanno più che bene, ci vogliono!
  6. borsellino con la chiavina per la macchinetta distributrice delle bottigliette d’acqua e qualche monetina per ricaricarla.
  7. agendina mignon, legata con un elasticino altrimenti si spagina sempre a giro per la borsa..e già che ci siamo all’elasticino ci si incastra pure la penna nera, che può servire.
  8. un paio di scarpe comode, che ad andare e tornare c’è da camminare un chilometro tondo tondo.

Beh, credo di aver finito! Domani ultimo  collegio dei docenti per l’organizzazione generale e poi… si torna in trincea al passo coi tempi


	

Le storie della prof

cellulare

Questa non è una storia per ridere; non è nemmeno una storia banale. E’ una storia singolare,  che una volta vissuta uno si rende conto che la deve ricordare e dimenticare al tempo stesso e per far questo si deve impegnare molto, perché il rancore spesso supera il buonsenso e in quel caso si rischia di far dei danni. E’ una storia che fa schifo riflettere sui valori della vita così come li può vivere un adolescente in crescita. Insomma, è una “storia della prof”.

Era fine giugno e la prof aveva appena finito gli esami; era serena perché quell’anno era sicura di aver fatto le cose giuste: chi meritava di passare era passato e chi meritava di bocciare era bocciato. A suo parere nessuno  dei suoi alunni aveva ricevuto una valutazione sbagliata e così lei si sentiva in pace con il mondo/scuola e pronta ad affrontare il meritato riposo estivo.  Fatto sta  che una sera, verso le  9 le suona il cellulare, un numero “anonimo” faceva squillare ripetutamente il suo telefono e lei detto fatto risponde: una voce di ragazzino le dice: “Pronto, prof… “ e lei: “Sì… che c’è?” e di là: “Sono Filippo Rossi della classe prima C…” e la prof preoccupata: “Oddio, Filippo, che succede? Perché mi chiami a quest’ora?” .. Consapevole che le chiamate ad ore tarde dei colleghi o delle famiglie degli alunni  di solito avevano  portato brutte notizie, la prof era già in ansia, ma dall’altra parte arrivò subito la replica: “… me lo fa un pomXXXXXno  ?” Beh, insomma, quella cosa lì della Monica Lewinsky, tanto per capirci 😦  e poi, detta questa cosa stupida… giù con le risate. Non c’era dubbio, era stata una telefonata anonima, sconcia e volgare e la prof era rimasta basita e tempo zero riagganciò il telefono mentre era ancora lì con gli occhi sbarrati.  Suo marito e i figli assistettero alla scena e chiesero cosa fosse successo, lei rispose semplicemente che era stata una telefonata stupida di qualche alunno che si voleva divertire alle sue spalle. Passò qualche attimo in cui lei si chiese il perché di quel gesto, che non le era mai successo prima e si chiese anche come avessero avuto il numero del suo cellulare, ma poi le venne in mente che quella volta che aveva portato i bimbi di prima media in gita a Siena, nel dubbio che qualcuno si perdesse aveva pensato bene di dar loro il suo numero di telefono… e quella ne era la conseguenza. Comunque sia,  pochi minuti dopo,  appena aveva terminato di fare tutti questi ragionamenti, il cellulare squillò di nuovo e lei restò lì ferma con il telefonino in mano, pensando alla sfrontatezza di quel ragazzo, che ci stava addirittura riprovando. Tempo zero suo marito le prese il telefono di mano e rispose lui a quel ragazzo, minacciandolo duramente. Ma servì a poco anche la minaccia, perché alcuni giorni dopo, quando ormai erano al mare, la scena si ripeté e  poi ancora un’altra volta, fino al 14 agosto, giorno in cui il cellulare suonò alle 2 di notte facendole prendere un colpo.  Il numero era sempre anonimo e stavolta la prof non rispose, ma sentiva il sangue bollirle dalla rabbia nelle vene. Era chiaro che chi faceva le telefonate anonime non era davvero Filippo Rossi, il bimbo bravissimo della classe prima C, con la voce roca e i modi impacciati, l’energumeno delle chiamate moleste aveva la voce esile e squillante ed evidentemente usava il nome del compagno per fuorviare i sospetti.

La mattina di Ferragosto la prof prese la sua borsetta e le chiavi dell’auto e arrabbiata come una furia, uscì e si recò alla caserma dei carabinieri per una denuncia. Il brigadiere la fece entrare nel suo ufficio e ascoltò tutte le sue lamentele con pazienza, redigendo uno di quei verbali che i carabinieri fanno e che almeno un po’ dell’arrabbiatura te la fanno passare perché sono quanto meno “coloriti” nel linguaggio. A parte questo, il carabiniere disse che entro qualche giorno avrebbero saputo chi era l’artefice del misfatto e poi avremmo deciso il seguito della storia.

Dopo una settimanetta  la prof venne richiamata perché era arrivato il risultato delle indagini e di corsa tornò in caserma.  Il brigadiere l’accolse sorridendo e la fece sedere nel suo ufficio, tutto gentile poi le disse mostrando un pacco di fogli: “Abbiamo avuto la risposta e sappiamo chi l’ha infastidita… conosce una certa Enrichetta  Bianchi?”… e la prof: “Sì. Certo, è una bimba di prima C…  e allora?”  e il brigadiere: “E’ lei che le telefonava!”  . La prof era impietrita e non sapeva cosa dire. Una ragazzina di 11 anni che faceva quegli scherzi? … Che usava quelle parole volgari?… Una ragazzina con cui aveva anche avuto buoni rapporti durante l’anno scolastico.. ? E perché mai?  La prof si faceva tutte queste domande sotto voce e non trovava alcuna risposta. Era rimasta spiazzata e incredula.

Ma questo racconto di questa storia schifosa su cui riflettere sta diventando troppo lungo e noiosa e allora andiamo velocemente al termine.

Alcuni giorni dopo vennero convocati tutti in caserma: la prof, la bimba e i suoi genitori. Il brigadiere a quel punto introdusse il problema e tutti intervennero e dissero la propria opinione mentre la bimba stava lì ritta, con un ghigno misto tra un sorriso e un’espressione di distacco.  La prof disse che i genitori avrebbero dovuto dare una punizione per quel gesto così sfrontato e maleducato cinque dita sul viso non ci sarebbero state male ma il padre sorridendo aggiunse che “ai nostri tempi” si andava a suonare i campanelli e ora i ragazzi fanno quelli scherzi lì.  no no

E qui la storia ha termine; ve l’avevo detto che è una storia da ricordare (si fa tesoro di queste esperienze che insegnano molto) e da dimenticare (perché quella bimba non deve essere “marchiata” da un errore che ha commesso e dal rancore che esso ha generato, la bimba, a scuola passerà altri due anni con la prof e sarà come se nulla fosse successo).

E questo è tutto, le riflessioni fatele voi, se vi va, che la prof ha già riflettuto anche troppo.pensieroso

Questa non è una storia per ridere; non è nemmeno una storia banale. E’ una storia singolare,  che una volta vissuta uno si rende conto che la deve ricordare e dimenticare al tempo stesso e per far questo si deve impegnare molto, perché il rancore spesso supera il buonsenso e in quel caso si rischia di far dei danni. E’ una storia che fa schifo riflettere sui valori della vita così come li può vivere un adolescente in crescita. Insomma, è una “storia della prof”. 

Aiutami prof…

genitori che litiganoQuando il mio blog era “vivo” (ovvero prima della lunga pausa) era molto conosciuto per una  serie di storie che pubblicavo e che appartenevano alla categoria “le storie della prof”; ora ho perso un po’ il ritmo, dopo tanto silenzio, ma ci riprovo e vi racconto qualcosa che mi è rimasto nei ricordi dello scorso anno scolastico e così, se vi va, mi dite voi che cosa ne pensate 🙂 … è un po’ lunghina ma spero che vi piacerà.

Quel giorno la prof era a far lezione nel laboratorio di scienze, in mezzo alle provette e alle cartine al tornasole; gli alunni erano seduti ai loro banchi, tutti intenti a scrivere nei propri quaderni le relazioni degli esperimenti svolti, l’ora era quasi finita e
non c’era che da mettere a posto il materiale e da fare le cartelle per uscire, insomma, erano le 13 e qualche ragazzo già si alzava dal posto e sistemava le sue cose. Nel giro di pochi minuti gli studenti uscirono da scuola e l’aula si vuotò. La prof a quel punto prese la borsa, se la mise a tracolla e si frugò nella tasca della giacca per cercare le chiavi dell’auto, ma al tatto sentì della carta e tirò fuori un bigliettino dove una calligrafia incerta aveva scritto: “MIO BABBO E MIA MAMMA LITIGANO SEMPRE E A VOLTE SI TIRANO ADDOSSO LE COSE, PROF MI AIUTI? SAMUELE”

La prof sgranò gli occhi, non le era mai capitata una cosa del genere in tanti anni che insegnava, immaginò il piccolo Samuele, timido e impacciato, in mezzo a due genitori scatenati che sbraitavano e si tiravano oggetti. Sentì un brivido lungo la schiena e una stretta al cuore. Che avrebbe dovuto fare? Si fermò in mezzo all’atrio, guardando qua e là in silenzio, cercando dentro di sé una risposta.  Intanto stette zitta con i colleghi, che si sa, poi parlano e con  le chiacchiere le situazioni degenerano; dopo qualche attimo di esitazione si diresse in presidenza e dopo aver spiegato la cosa alla preside, ebbe il permesso di chiamare i genitori del bimbo e, con le dovute cautele, di parlarci per capire come stavano le cose.  La prof lo sapeva, si chiama CONNIVENZA, e di fatto se ne rende colpevole davanti alla legge, quell’insegnante che in qualche modo è a conoscenza del disagio di un alunno ma non fa nulla per aiutarlo.  E allora… meglio chiamare i genitori e cercare di fare qualcosa…e farlo alla svelta. E i genitori furono convocati e si presentarono alla svelta. Due giovani, che già da una prima occhiata non dimostravano nemmeno 40 anni. La madre era una “stinfia” (va di moda questo termine che indica una persona acida e alquanto arrogante), piccolina, magrissima, truccatissima, vestita attillatissima… fredda e  dura più del marmo. Il padre, un giovanottone paffuto, con gli occhi profondi di chi è intelligente ma della sua intelligenza non se ne è servito se non per avere dei buoni voti a scuola, infatti l’aspetto era dimesso e sembrava anche un po’ sprovveduto. La prof li accolse con un sorriso, di quelli che sfoderava quando voleva mettere a suo agio la gente prima di dargli qualche “bastonata”. Lo faceva anche con gli studenti che volevano farla franca e non studiavano.. li chiamava all’interrogazione di matematica, gli mollava un sorriso mentre gli faceva un paio di domande …e alla fine gli dava 4! “Indorare la pillola”, credo che si dica così!  Insomma, tornando ai genitori, la prof esordì dicendo: “Benvenuti, volevo conoscervi e parlarvi di Samuele: siccome il bimbo è spesso distratto e sembra che abbia dei pensieri che lo turbano… sì, insomma, qui a scuola vorremmo capire se c’è qualcosa che non va e che dovremmo sapere.. sappiamo che siete separati…”. Non aveva fatto in tempo a finire la frase che i due genitori cominciarono a litigare tra di loro additandosi a vicenda e colpevolizzandosi di mille cose. Lui accusava lei di non essere mai stata una buona madre e lei accusava lui di mandargli i figli che poi venivano lasciati in compagnia della nonna e non con il babbo. Il babbo rispondeva che lui doveva lavorare e non ce la faceva ad essere sempre presente nei giorni dell’affidamento ma che la nonna voleva un gran bene ai nipoti e non faceva loro mancare nulla, quindi che problema c’era? La donna ribatteva che se i figli dovevano stare in compagnia della nonna allora se li teneva lei e non li avrebbe mandati dal padre mai…  Dalle grida si capiva il perché Samuele aveva chiesto aiuto a qualcuno e chi se non ad un’insegnante che tutti i giorni si trovava davanti e parlava serenamente con lui? A quel punto la prof non ne poteva proprio più dei due scalmanati e, senza menzionare il biglietto di aiuto, prese la situazione in pugno e disse: “Vi state comportando da ragazzi e non da genitori e questo non va assolutamente bene! Dovete gestire questa situazione e trovare dei compromessi perché i vostri figli non devono soffrire delle vostre incomprensioni. Io a questo punto vi dico che, o trovate un punto d’incontro, o sono costretta a chiamare i servizi sociali …  e voi sapete che poi saranno problemi seri! Dovete organizzarvi pacificamente se non volete avere grane.” E con questo monito li salutò.

Passarono dei giorni, non molti in realtà, e poi accadde che Samuele, con la focaccina in mano, durante l’intervallo, si avvicinò alla prof e  le sussurrò: “Sa prof, babbo e mamma hanno fatto pace e ora mamma mi lascia stare anche da nonna..e io sono felice perché nonna mi fa le merende buone, mi aiuta a fare i compiti e mi fa giocare alla play… mamma ora si è calmata e ha anche messo a posto la mia cameretta” e finì la frase con un sorriso enorme prima di guardare l’insegnante negli occhi e aggiungere: “Grazie prof!”.

La prof allora sentì benessere nel suo cuore, sapeva che forse la situazione non si sarebbe risolta facilmente per sempre,  ma intanto il primo passo era stato fatto…e fatto bene 🙂

[immagine presa dal web – storia di Alidada]

dubbi perenni

Cara Serenella ,

stavolta sono io ad essere in ritardo nel risponderti, ma non perché me ne sono dimenticata, ma perché sono stata indaffaratissima nelle procedure di fine anno scolastico/esami e il tempo mi è passato troppo veloce. Ho letto nella tua ultima mail che sei stata bravissima in prima liceo scientifico e hai ricevuto delle valutazioni altissime. Che bello!!! Sai che ho parlato di te ai miei ragazzi delle medie? Ti saranno fischiate le orecchie! 🙂 Mi sono vantata di averti avuta tra le alunne dello scorso anno e ho narrato dei tuoi successi, dicendo poi ai ragazzi di terza che se vogliono possono anche loro dare il meglio di se stessi e cercare di farcela con onore. In realtà so bene che pochi di loro ce la faranno “con onore”, come sapevo bene che anche l’anno scorso la storia era la stessa e solo pochi dei 28 alunni della tua classe ce l’avrebbero fatta a riportare valutazione encomiabili; diciamo che pensavo che la maggior parte ce l’avrebbe fatta “a sopravvivere” alla prima superiore e credo che così sia stato. Ho sentito alcune mamme degli studenti dello scorso anno parlare della “fatica” dei loro figli a stare dietro alle richieste dei prof della scuola superiore e io, come sempre sono andata un po’ in crisi dicendomi che alla scuola media forse dovremmo richiedere di più, per abituare i ragazzi a studiare. Devi sapere che questo è sempre stato un mio chiodo fisso, ossia, se è meglio una scuola selettiva dove i ragazzi sono più preparati ma tanti si perdono o una scuola più “formativa” dove tutti vengono aiutati a crescere ma le eccellenze alla fine si fiaccano un po’. Tu dirai che ci sono le mezze misure e io ti rispondo che in generale la nostra scuola media, quella “pubblica” è da anni una scuola delle mezze misure, dove si portano dietro i ragazzi con tanti problemi e dove escono degli alunni preparati discretamente (non ottimamente, ma solo al meglio di quel che si può fare).
Pensa se non ci fosse stato Pierino e altri “perditempo” come si sarebbe lavorato bene nella tua classe di 28 ragazzi e quante cose in più avremmo potuto fare, invece no, abbiamo passato molto tempo a stare dietro a chi era in difficoltà.. e così è andata.
Io, mia cara Serenella, dopo più di 30 anni che insegno, ancora non so quale sia la via migliore per preparare gli alunni, specialmente quelli bravi, che dovrebbero andare al liceo e cavarsela bene almeno al primo anno,facendo meno fatica. Purtroppo non ho una bacchetta magica e questo difficilissimo lavoro da insegnante è sempre arduo per me.
Ti dico anche che quest’anno ho riflettuto moltissimo e mi sono detta che se possibile bisognerebbe limitare il numero dei “perditempo” e che forse è giunta l’ora di tornare a bocciare di più, in modo che chi non ha voglia di far nulla abbia almeno uno spauracchio della bocciatura. Ho pensato che forse era giunta l’ora di tornare ad una scuola più “rigida”. Così è stato fatto, quest’anno nella mia scuola abbiamo bocciato più di sempre e per qualcuno ho picchiato i pugni sul tavolo proprio io, per fermarlo e fargli ripetere un anno di scuola, cosa che credo di non aver quasi mai fatto prima. Il problema è che non sopporto più di vedere ragazzi analfabeti e svogliati che dormicchiano sui banchi, ostacolando anche il lavoro di chi è bravo come te e deve continuare gli studi. Tu come la pensi? A volte penso che avrei fatto meglio ad andare ad insegnare ad un liceo dove avrei sicuramente fatto vita più semplice, con ragazzi diligenti e studiosi, … ma poi rivedo il mio lavoro come una missione, in cui ci si rimbocca le maniche e si cerca di crescere gli adolescenti, nel periodo più difficile della crescita di ciascun individuo.  Sai che di solito si ricordano di me i più “disastrati” rispetto ai più bravi? Strano vero? Forse i più “disastrati” si rendono più conto che per loro ho fatto qualcosa, mentre i bravi non hanno di questi problemi e dimenticano i loro vecchi insegnanti. Tu sei una mosca bianca 🙂 Tu che sei bravissima ricordi la tua prof delle medie e non immagini quanto questo mi faccia bene al cuore 🙂
Ti abbraccio forte forte e ti mando un bacio grande,
ciao piccola grande Serenella ❤

Gianni la sa lunga

La prof per la prima volta in vita sua, in classe ha un bimbo che non parla. Non è che sia muto, no no, è solo un ragazzo che se ne sta nel suo mondo e preferisce non parlare con nessuno. Luigi passa il suo tempo a trafficare con gli oggetti che tira fuori dall’astuccio e non alza mai lo sguardo per vedere cosa succede in classe. La prof lo richiama, a volte con le buone e a volte con le cattive maniere, ma solo molto raramente Luigi si convince a lavorare. Eppure sarebbe un ragazzo molto intelligente, si vede da quelle poche cose che scrive, in quei rarissimi momenti che si apre al mondo, ma si parla di attimi e poi tutto ritorna ai suoi silenzi e alla sua apatia. Incomprensibile… e la prof non si dà pace e prova tutte le strategie per cercare di recuperare quel bambino difficile, ma non ci riesce. 

Stamattina la prof era in uno di quei momenti in cui ci riprovava e, davanti a quegli altri 28 silenziosi spettatori, si era mossa ed era andata davanti al banco di Luigi per parlargli: “Dai.. prendi il quaderno… scrivi, forza, ..è importante… tutti stanno scrivendo…” mormorava con infinita pazienza, ma nulla, quegli occhi neri di Luigi rimanevano fissi come fosse in trance. E lei continuava: “prova almeno a dirmi qualcosa, …dimmi cosa ti turba…dai…” e di risposta otteneva solo silenzi e si sentiva persa e impotente di fronte a quei patemi incomprensibili del cervello umano. 

“Si può sapere che cosa non va…?” continuava la prof…ed è stato a quel punto che Gianni, il compagno di Luigi, un biondino alto poco più di un metro,  di quelli pieni di lentiggini, foruncoli e con l’apparecchio ai denti, ha esclamato con voce sicura e decisa davanti a tutti: “Dai, prof, che vuole che abbia Luigi… è  nervoso, forse avrà il ciclo…!”

Detto fatto la prof ha dato un’occhiata a Luigi che è rimasto impassibile come se nessuno avesse parlato mentre più in là due bambine sghignazzavano sotto sotto, nella loro complicità di chi la sapeva lunga, I maschi, ..o meglio i bimbi erano lì che non capivano il significato di quelle parole ed erano rimasti a bocca aperta, con i punti interrogativi stampati nelle pupille. Tutti guardavano la prof che per un attimo si era trovata spiazzata e stava ancora pensando in che occasione  Gianni poteva aver sentito dire una cosa del genere… ma forse la spiegazione era proprio semplice e la prof si vide il film davanti agli occhi: la mamma di Gianni nervosa che sbraitava e suo marito che gli diceva: “ma perché sei così nervosa..hai forse il ciclo???” 🙂 Sì, probabilmente era quello il motivo che aveva portato Gianni ingenuamente ad esclamare quelle parole 🙂 Voi allora che avreste fatto? Forse una bella spiegazione di educazione sessuale a degli undicenni? La prof proprio non se la sentiva di affrontare tutto un lungo discorso con i suoi piccoli alunni e allora ha lasciato perdere tutto quanto e, ridendo tra sé e sé come una matta è tornata in cattedra e, facendo buon viso a cattivo gioco, subito si è ricomposta e ha ricominciato a parlar di matematica.

[immagine presa dal web]

le riflessioni della prof

La prof ogni giorno ne vede di tutti i colori, tra quei ragazzotti dodicenni chiassoni, esagerati in tutto. Lei pensa agli adolescenti come ad una “specie” particolarmente strana; incomprensibili ai più, anche a loro stessi.  I dodicenni, ridono troppo, piangono troppo, urlano troppo o stanno troppo zitti, hanno troppi foruncoli e si sentono troppo grassi, troppo magri, troppo brutti, troppo belli, troppo poveri o semplicemente troppo incompresi… Per la prof gli adolescenti dodicenni sono una grossa incognita X … punto e basta. E’ inutile cercare di capirli a fondo, è meglio aspettare che il tempo faccia il suo corso e loro trovino la loro forma definitiva, cosa che comincia ad avvenire verso i 15 anni.   Se ti metti a cercare di capirli, nel mentre ci lavori loro mutano, sono un po’ come Pikachu dei Pokemon che si evolve 🙂 e cambiano vanificando ogni sforzo. E allora tanto vale prenderli come sono senza sforzarsi troppo di comprenderli.

Anche i genitori alle prese con i rispettivi figli dodicenni periodicamente passano dei momenti di sconforto e spesso brancolano alla ricerca disperata di qualcuno che li aiuti a capire.    “Prof. ma mi dica lei, fino a due giorni fa mia figlia veniva a dormire nel lettone e ora se ne sta chiusa in camera sua e risponde male se si chiama. Non ci si ragiona più.. Lei che dice,  la portiamo dalla psicologa?”… La seduta dalla psicologa è diventata quasi un must e tanti si aspettano che lei risolva di tutto, nemmeno fosse una maga con la sfera di cristallo e la bacchetta magica.

La verità e che  in un periodo della vita in cui tutto cambia, forse niente cambia e anche gli psicologi non possono farci granché.

La prof a volte pensa che in vita sua avrebbe dovuto fare altro, qualcosa di più semplice invece di insegnare ai dodicenni, … la psicologa?

storie incomplete

sguardoLei era lì, appoggiata alla parete e appariva molto più carina rispetto all’ultima volta che l’avevo vista, circa un paio di anni fa. Il fisico ora era ben tornito e più slanciato, fasciato da un maglioncino accollato color cielo e un paio di jeans con i brillantini luccicanti. Una bella ragazza senza dubbio: alta, con il trucco curato, i capelli legati raccolti in un ciuffo che gli cadeva sulla testa; una pettinatura alla moda, gli occhi neri, pungenti come non mai e poi quel suo sguardo ammiccante e sfuggente che tanto mi faceva arrabbiare quando mi guardava in quel modo che a me sembrava strafottente nel mentre mi rispondeva male in classe.

Era stata una ragazzina difficile; una di quelle che interrompeva monopolizzando l’attenzione dei compagni e non ti faceva mai far lezione in pace. Una tipa tosta, perché così l’aveva fatta diventare la vita difficile che aveva dovuto sopportare da quando era nata. Suo padre che entrava e usciva di galera, i suoi fratelli drogati, sua madre malata di mente e chiusa in una struttura sanitaria, sua zia che la rifiutava e le chiudeva la porta in faccia e sua nonna anziana, malata e povera.
Capita in questi casi che ci si chieda che hanno fatto di male certi ragazzi per nascere in situazioni così devastanti e come mai non hanno potuto avere certi privilegi di cui possono godere i loro coetanei.

Non ci sono alternative a certi destini avversi e l’unica via di uscita è imparare ad accettare la situazione e cercare di sopravvivere.

Di certo per Giulia, la ragazzina dallo sguardo di fuoco, la situazione non si era stabilizzata, altrimenti non saremmo stati lì, nell’anticamera di un’aula di tribunale.  Una strana situazione per chi non è abituato ad avere a che fare con problemi di giustizia e ancor più strana è la situazione di una prof che si trova a dover varcare per la prima volta in vita sua la soglia dell’aula di tribunale per andare a testimoniare per soprusi e violenze familiari su una giovane ragazzina.
Dalla finestra a piano terra si vedeva che fuori il cielo era cupo e nevischiava. La neve aveva coperto le sterpaglie che circondavano lo stabile ed era anche un bene perché il giardino era talmente trascurato e pieno di macerie e robe vecchie che meno si vedeva e meglio era.
“Ciao Giulia, come stai?” .. un breve sorriso e un abbraccio interminabile. E quello è stato l’unico momento bello di tutto quel pomeriggio pieno di domande e di risposte, di sussurri e di urla disperate, pieno di odio e di rancore.. pieno di menzogne e verità.. pieno di cose che non erano mie e che non capivo.. pieno di cose che non avrei mai saputo. Un pomeriggio pieno di storie incomplete e incomprese, forse affrontate troppo tardi, quando ormai non ci sarebbe stato più tempo per cambiare nulla. Un pomeriggio interminabile e assurdo in cui ci si sente inadeguati a tutto, anche a vivere.