la casetta mignon

Passeggiando nel sentiero sottostante al grande muro del vecchio castello medievale che circonda il mio paese, guardo in alto e noto qualcosa di strano; mi fermo a testa in su ad osservare per qualche minuto come incantata. Sospesa a mezz’aria, legata ad un filo attaccato ad un paletto inchiodato nel muro, ecco una casetta mignon, carinissima come se fosse un piccolissimo chalet al mare dei Caraibi. Ho avuto il dubbio che vi abitasse qualche fata o qualche folletto, ma poi mi son detta che era molto più probabile che fosse un rifugio sicuro per gli uccellini. 😉

E’ bello abitare in campagna dove la gente vive a tu con la natura. 🙂

Buon venerdì a tutti.

Goditi lo spettacolo

Ho sempre pensato che i fiori in qualche modo ci trasmessero tante sensazioni, emozioni e sentimenti. Alcuni sembrano teneri e infantili come le margherite che ci fanno tenerezza, altri sono sensuali e soavi come le rose che accarezziamo e odoriamo socchiudendo gli occhi. Altri ancora sono semplici, onesti e retti, come il girasole dalla faccia larga. Quelli pensierosi e diffidenti sono i mughetti, i solari sono i gerani che in estate dominano le scene. La fragranza dei gelsomini è frastornante. La delicatezza e la purezza delle gardenie è inebriante.  Le orchidee sono altere e a tratti presuntuose. I papaveri giocano a nascondino nei campi di grano maturo, i crochi sono guardiani premurosi e custodiscono perle dorate. I tulipani sono veloci, nascono e spariscono alla svelta non appena arriva la primavera….

Fiori di tutti i tipi e ognuno ha le proprie caratteristiche che lo distinguono dagli altri.

Poi comunque ci sono anche quelli prepotentemente sfacciati come questi, dei quali ho messo la fotografia qui sopra. Fiori coraggiosi tanto da affrontare con noncuranza le ostilità del clima ancora freddo e che oggi mi sono esplosi in faccia all’improvviso mentre passeggiavo in una via del borgo. Fiori di cui non so nemmeno il nome, ma poi che importa sapere, basta guardare e godersi lo spettacolo.

recupero creativo

Avevo questa vecchia caffettiera che non usavo più e la scorsa settimana l’avevo già messa da parte per portarla all’isola ecologica, poi ho avuto l’idea di farci qualcosa.

L’ho ripresa, le ho dato una mano di gesso e poi l’acrilico bianco

Ho scelto a lungo un tovagliolo di carta con un decoro che mi piacesse… All’inizio avevo scelto dei fiori dai colori tenui, poi però ho deciso di usare una fantasia con tonalità più accese. Ecco qui sotto la foto della fase finale del lavoro

e per ultimo, l’opera finita. E’ carina, non trovate?

Buon martedì pomeriggio a tutte e a tutti 🙂

L’uomo d’arme

Trovo che questo vecchissimo ferro da muro, che serviva per legare i cavalli, sia bellissimo. Se dovessi dargli un nome lo chiamerei “l’uomo d’arme” perché mi ricorda gli antichi condottieri. Dove l’ho fotografato? Ebbene, in questi giorni di zone arancioni e con le temperature più lievi, qui in Toscana si cammina molto nei dintorni dei nostri paesi. Ieri, per esempio, mi sono spinta fino in cima ad una collina non molto distante da qui, in un borgo ormai disabitato, dove si trova anche un antico castello e una deliziosa chiesetta.

Se ben guardate, alla sinistra di quel grande portone marrone, su quelle pietre dimenticate, si può notare una piccola macchia scura, che poi, visto da vicino è proprio “l’uomo d’arme”. E’ rimasto lì di guardia da secoli e secoli ma ha ancora il suo fascino, forte e misterioso.

Qui sotto un breve video con qualche notizia in più.

Buon pomeriggio a tutti 🙂

Il ponce al bar Civili

il ponce al mandarino

A tutti i bambini piace collezionare qualcosa: io quando ero piccola collezionavo le bottigliette mignon, che tanti anni fa andavano di moda. Negli anni ne misi da parte più di 200, di tutti i tipi diversi.

Un centinaio di bottigliette, quelle più simpatiche e “preziose” (per i collezionisti) tempo fa le posizionai in una vetrinetta che sistemai in salotto, le altre le avevo lasciate in un paio di cassette in garage, dicendo che prima o poi le avrei scelte per bene e quelle che mi piacevano meno le avrei vendute o regalate. Ebbene, ieri sera mi sono messa all’opera, (complice il lockdown che ti porta a fare in casa quel che non avresti mai pensato di fare) e allora le ho tutte spolverate e scelte con molta pazienza. Molte delle mignon le ho associate ai miei ricordi e ho sorriso ripensando a quei tempi. Una bottiglietta singolare è sicuramente quella fotografata lì sopra: il ponce al mandarino. Ricordo che nel tempi passati era molto in voga quel liquore: chi non assaporava un bel ponce al rum e caffé..o al mandarino, dopo i pasti o al bar, magari per scaldarsi un po’ o per trattenersi a fare due chiacchiere con gli amici. Era buonissimo, bevuto bollente, ti rimetteva al mondo! Non so da quanti secoli non l’ho più bevuto. Noi pisani, quando si voleva sorseggiare un ottimo ponce si prendeva la macchina e si andava a Livorno, al bar Civili… si sapeva che lì il ponce era davvero un’altra storia 🙂

Oggi tenevo in testa questi pensieri e, non immaginerete quel che mi è successo: strano caso della sorte, poco fa mi sono trovata davanti questo articolo di giornale Il Telegrafo: “Bar Civili, il tempio del ponce compie 130 anni: “Siamo livornesi, non molliamo mai”

“Livorno, 19 febbraio 2021 – Il lockdown da coronavirus ammanta di malinconia anche le vecchie tradizioni, ma non le annienta. Sono forti come il vento di libeccio che quando vuole picchia duro, ma tempra, rinnova, fortifica. E così è anche per il culto del ponce, che va giù rovente di pari passo con il cacciucco, altro pezzo forte della livornesità doc.  Dietro al banco del locale di via del Vigna 55, fra gagliardetti delle squadre di calcio e quadri originali di Renato Natali, Cafiero Filippelli e altri pittori macchiaioli, la macchina del caffè sputa vapore bollente e l’odore del rhum si mescola a quello del caffè, per nebulizzare le inquietudini della pandemia tuffandole nella scorza di limone, la “vela”. Due cucchiaini di zucchero nel gottino di vetro e poi giù, “a bollore”.

Niente di meglio, ve lo garantisco io 🙂

Bar Civili – Livorno
Bar Civili- Livorno
Bar Civili – Livorno

Oh, ai livornesi qualche merito gli va dato, via… 😉

Indimenticabile…

Anni fa una mattina arrivai a scuola e trovai in sala insegnanti tutte le colleghe in subbuglio che discutevano tra di loro.

“Ma proprio qui dovevano mandarlo…?” diceva una,

“Sai, siamo la scuola più vicina…” rispondeva l’altra.

“Ma si tratta di un ripetente di quelli che fanno confusione.. lo hanno espulso da quella scuola… e poi è marocchino e non sa l’italiano… ma come si fa… le classi ormai sono già formate, è tardi, è già cominciato il mese di ottobre…” interveniva l’unico professore uomo- in mezzo a tante donne.

“C’è un protocollo d’accoglienza, ci atterremo a quello..la preside provvederà e seguire le regole… peccato però che la preside stamani non ci sia proprio” aggiungeva una terza docente, che poi era la vicepreside.

In quel mentre suonò la campanella che segnava l’inizio della mattinata di lavoro e tutti dovemmo correre in classe a fare lezione.

Io, nella mia prima media, salutai i ragazzi, poi segnai sul registro gli assenti e iniziai a controllare i compiti assegnati per casa. Era passata una ventina di minuti quando sentii bussare alla porta: “Avanti…!” mormorai e a quel punto la porta si aprì ed entrò un bel ragazzone che reggeva davanti a sé una sedia e sorrideva. Dietro di lui la custode restava in silenzio a debita distanza, come chi non sa che pesci prendere. Io lo guardai con un certo stupore e chiesi: ” Tu chi saresti…?” e lui mi rispose: ” Sono Chlìùòàkl Spcm’ahjet (impronunciabile) e sono qui perché nessuno in questa scuola mi vuole, mi prende lei prof?” e mi sorrise come fa un bimbo quando vuole accaparrarsi un regalino dalla sua mamma. Che dovevo fare… avevo già 27 bimbi, ma come si fa a dire di no ad uno che era stato rifiutato da tutti? Beh, pensai tra me e me che il protocollo d’accoglienza della mia scuola in effetti era lasciato un po’ al caso e poi mi decisi, spostai i quaderni posati sul banco accanto ad un alunno e feci posto al nuovo arrivato invitandolo a sedersi.

“Bene…benvenuto, da ora in poi starai con noi!” e gli sorrisi. “Il tuo nome è troppo difficile, come posso chiamarti?” e lui: “Mi chiami Abdu, prof.. Grazie per avermi accolto!” e mi sorrise soddisfatto di essere riuscito nel proprio intento di trovare un posto da qualche parte. Inutile dire che ormai l’alunno in qualche modo era stato inserito in una classe e il problema di cercargli una collocazione nelle classi, per la scuola era risolto e così Abdu rimase con noi per 3 lunghi anni, finché non lasciò le scuole medie… e direi che tutto andò a meraviglia.

Ora quel bimbo è un bel ragazzone che ha più o meno ventidue anni, lavora da un fornaio della zona da un bel po’ di tempo e si guadagna lo stipendio sgobbando tutte le notti fino all’alba. Ha anche una bella fidanzata, una sorella piccolina e un’automobile nuova di zecca. Carica i video su facebook quando torna a casa all’alba e spesso canta canzoni con il sottofondo di quella melodia araba che è tanto dolce.

Oggi Abdu ha messo una delle sue foto su facebook e guardate un po’…

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