Oltre ogni ragionevole dubbio

Ferma allo stipite della porta della sua aula, Awa piangeva disperata davanti alla sua prof. Era una mattina come tante, alla vigilia di Natale, una di quelle mattinate in cui tutti a scuola si sentono sollevati perché in giro le lucine colorate rallegrano lo spirito e poi di lì a poco ci sarebbero state le vacanze.  Il cappellino di lana rosa con il pompom lasciava uscire la punta di qualche treccina, il visino asciutto e nero come la pece era solcato dalle lacrime amare che uscivano impietose da quegli occhioni impauriti e sfuggenti. Erano le otto e mezza e lei era appena entrata e la sua prof l’aveva vista stravolta e l’aveva invitata ad uscire per parlarle. “Awa, cosa succede? ..Perché piangi?.. “ Continuava a ripeterle; ma la ragazzina tredicenne continuava a singhiozzare e a scuotere il capo e taceva. “Dimmelo, dai, ti prometto che non lo dirò a nessuno…” le ripeteva la sua prof che nel mentre le asciugava le lacrime con un fazzolettino e le passava un braccio sulle spalle per consolarla.  “Mio padre mi picchia!.. Non so perché, ma tutte le scuse sono buone per picchiarmi… Dice che sono una bugiarda e che vado male a scuola…” mormorò.

“..E tua madre?.. ne hai una in Senegal e una nuova che sta qui… loro non fanno niente?” “Quella in Senegal è un anno che non la sento e quella che sta qui esce presto per andare a lavorare…ed è allora che mio padre mi picchia…” e dopo queste parole ancora un fiume di lacrime e con un gesto di disperazione appoggiò la mano sulla fronte.

La prof  non sapeva che pensare..le passò davanti agli occhi una scena orribile di quel padre snaturato e terribile che picchiava la sua bambina  e poi, come se non bastasse, cercò di scacciare il sospetto che le facesse anche qualcos’altro di male.  “Awa, .. devo aiutarti…” le sussurrò, e non era una domanda la sua, ma una esclamazione detta da chi non ha altre vie da prendere.

Le teste reclinate, vicine, inclinate dolcemente, si sfioravano, le mani si stringevano…erano complici in quella mattina in cui tutti avrebbero dovuto essere buoni e che buoni invece non lo erano affatto.

“Awa, cerca di stare tranquilla, io non dirò niente e poi penseremo cosa fare…cerca di stare sempre vicina alla tua mamma, quella che hai qui e non rimanere mai sola.. ”  … “Sì, la farò prof..grazie..” Un lieve cenno di assenso con la testa, uno sguardo d’intesa e via in aula a cercare di evitare le domande degli altri ragazzi e a dare scuse inventate per cercare di giustificare quel che non si poteva certo dire. Era un segreto. Un segreto terribile e indicibile. Forse il frutto di una cultura diversa, chissà..ma si può chiamare “cultura” quella che permette ad un padre di picchiare a tutta forza sua figlia che è poco più che bambina?

E’ passato qualche giorno e la prof  tiene ora nel suo cuore quel grande segreto e non sa come uscirne. Sa che se chiamerà il babbo poi lui si vendicherà con la figlia e sarà un disastro… sa che se chiamerà i servizi sociali partiranno le denunce e la questione finirà in tribunale dove lei si troverà a testimoniare com’era già successo altre volte e sarà di nuovo un’esperienza bruttissima… sa che se starà zitta Awa non farà vita.. sa anche che Awa in passato davvero era stata bugiarda e poteva sempre esserci un piccolissimo dubbio che anche stavolta magari per avere le attenzioni della prof o per qualche altro motivo magari avesse inscenato tutto quanto. Cosa fare allora oltre ogni ragionevole dubbio? Che via intraprendere?

…e intanto il tempo passa e le lucine colorate continuano a brillare a intermittenza dimostrando a tutti che il mondo è buono e quanto sia facile vivere a Natale.

Pubblicato da

Alidada

sono qui, nel mio spicchio di cielo

25 pensieri su “Oltre ogni ragionevole dubbio”

  1. Credo che un tribunale potrà essere sicuramente una brutta esperienza, credo anche che se fosse una bugia la bambina lo ammetterebbe prima di arrivare in quella sede e sempre in questo caso non avrebbe ripercussioni se non una strigliata ed una punizione non fisica. Ma, fosse tutto vero, un tribunale per quanto le sarà brutto e per quanto la segnerebbe dentro, le salverebbe forse la vita. Lo schiaffo degenera spesso in altro, ed oggi come oggi io purtroppo non mi stupisco più di nulla.

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    1. scusa se ti rispondo in ritardo, mi era sfuggito il tuo commento. 😦 Hai ragione, la situazione va affrontata seriamente, senza mezzi termini…e quel che va fatto va fatto.. ne parlerò la prossima settimana col preside..poi ti farò sapere

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    1. scusa se ti rispondo in ritardo, mi era sfuggito il tuo commento. Non è facile capire per bene quel che succede in quella casa… noi insegnanti non abbiamo il “potere” di indagare.. cercherò di appurare agendo in un modo molto delicato. Grazie del tuo commento. Buona serata Silvia

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  2. Ciao. Ho copiato su Word questo commento che ti ho scritto questa mattina, e che per mancanza di connessione non ti ho potuto postare, ma lo ricopio da Word sul cellulare. Fra l’altro anche li’ sto per finire i £giga” –

    Triste storia, perche’ (in molti casi) e’ vera. Sembra proprio un piccolo episodio da libro Cuore, alla De Amicis. Non saprei che consiglio darti. Una silenziosa “indagine”, prima di prendere provvedimenti, del tipo Chiedere discretamente a qualcuno (meglio a qualcuna, voi donne siete molto più sensibili su queste cose…) se dalla casa di Awa arriva all’orecchio di qualche vicino qualche esagerato “zitta tu! Giarda che le prendi?” Come capita spesso, per femminicidi e maltrattamenti, “si’, sentivamo qualcosa, lui spesso gridava..” – E’ difficile anche questo, la gente (purtroppo) lascia fare. Oppure osservare la ragazzina di nascosto, sempre discretamente, e vedere magari che piange- e se sa di essere da sola e piange non è finzione- ? Non è facile nemmeno questo. Come non è facile nemmeno basarsi sulla probabilità statistica, ossia sul fatto che difficilmente un ragazzino si inventa una cosa come “mi picchia”, mentre è molto più probabile una finzione tipo “non ho studiato perché avevo mal di testa”. Difficile anche questo, troppo aleatorio. Non saprei.
    Ciao, e Auguri di sereno capodanno 🙂

    Marghian

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    1. ciao Marghian, ero sicura di averti risposto, ma non vedo la mia risposta… Ero sul cellulare invece che al pc e si vede che ho fatto qualcosa di sbagliato. La tecnologia ci ostacola 😦 . Grazie per questo tuo commento molto significativo e pertinente.. In effetti la situazione è molto difficile da affrontare, al rientro ne parlerò con il preside e vedremo il daffarsi. Grazie di nuovo e buona serata a te

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  3. Beh, so che si tratta di una situazione davvero difficile da affrontare. Il mio istinto mi suggerirebbe di andare da quel tizio e suonargliene tante da spedirlo all’ospedale, così proverebbe anche lui che cosa significa essere battuto come un tappeto. So che è un suggerimento stupido, contro la legge…mia madre aveva sedici anni quando affrontò suo padre manesco mettendosi davanti alla propria madre che lui picchiava quando era nervoso. Mia madre aveva la “canna” della polenta fra le mani e gliela misurò sul muso. Da allora lui non toccò più mia nonna. Gli uomini che picchiano le donne e, soprattutto, i propri figli, sono dei vigliacchi che, di solito, hanno paura di chi si dimostra più forte di loro.
    In questo caso si tratta anche di una “cultura” diversa e bisognerebbe forse andare a fondo del perché quest’uomo se la prende con la figlia, forse c’è anche dell’altro.

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        1. Ci sono anche molti italiani che maltrattano le proprie compagne e i propri figli. Ho sempre pensato che un uomo mi avrebbe potuto mettere le mani addosso solo una volta, cogliendomi di sorpresa, poi non avrebbe più avuto modo di farlo. Per fortuna né mia madre, ne mio marito erano di quella pasta. In istituto invece ne ho prese parecchie da bambina, a volte senza nemmeno aver capito perché: erano altri tempi, le punizioni corporali erano previste dalle consuetudini e permesse dalla legge.

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      1. Stiamo parlando di un’epoca di prima dell’ultima guerra, in cui chiunque aveva il diritto di picchiare i bambini, perché erano considerati una proprietà, questa idea è continuata fino agli anni sessanta del dopoguerra. I castighi corporali venivano usati anche nelle scuole.

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