La prof e il suo burnout

BurnoutLa prof ieri era in vena di valutazioni e così si era messa a pensare  che l’anno scolastico appena terminato era   stato  uno di dei più brutti tra quelli della sua lunga carriera: troppi ragazzi difficili e una sequenza di classi numerosissime, colleghi demotivati, sempre in transito, sballottati da una scuola all’altra senza certezze per la loro vita lavorativa e poi le famiglie distratte, assorte in mille problemi, genitori che delegano in toto l’educazione dei figli senza preoccuparsi di niente, aule fatiscenti e arredi risalenti al giurassico… che tristezza!  Le situazioni difficili generano stress e disagio agli insegnanti (dice che si chiami sindrome di Burnout) e alla fine sembra di combinare ancor meno di quel che combini, ed è così che la prof si sentiva mentre si guardava le mani vuote, rigirandosele davanti a sé, davanti al cuore. “Forse è la stanchezza”, si ripeteva in modo sommesso nella sua testa. “Forse è anche il caldo improvviso… qualcosa sarà che mi fa apparire tutto quanto così negativo”. L’unica cosa certa è che non le piaceva affatto lavorare in quel modo, come se fosse ogni giorno da sola, in trincea, a guerreggiare contro un esercito di adolescenti svogliati e semi-analfabeti, ai quali non interessava altro che stare stesi sul divano a giocare alla Play. Un lavoro troppo faticoso che richiedeva energie giovani e nuove, non certo le sue che ormai di primavere ne aveva viste passare ben troppe davanti a sé. Ma una prospettiva in cuor suo la prof ce l’aveva ed era riservata ad un piccolo incontro che doveva esserci stamattina, con le docenti neo-assunte, infatti lei fa parte del comitato di valutazione e proprio stamani una maestra di scuola dell’infanzia avrebbe discusso la sua tesina inerente al lavoro svolto in classe e così poi sarebbe entrata al lavoro a tempo indeterminato (o di “ruolo” come si diceva una volta). La prof pensava alle maestre-chiocce della scuola materna e si era ritrovata a sorridere favoleggiando sui grembiulini rosa e celesti, sui panierini con la merenda, sulle canzoncine cantate a filastrocca, sui colori impiastricciati coi pennelloni grandi sulla carta da pacchi, sugli asciugamanini colorati attaccati rigorosamente con il nome del bimbo in bella mostra e ai “giro-girotondo-casca il mondo – casca la terra- tutti giù per terra!”. “Lì sì che le cose funzionano” si ripeteva tra sé e sé e forse vedere una maestrina  lavorare bene con i bimbi piccoli le avrebbe tirato su il morale.  Ed era a  questo che la prof era preparata, ma le cose non sono andate proprio in quel modo: nella prima slide troneggiava un bell’errore di ortografia, ma lei ha subito pensato: “Dai… capita… sarà un refuso…“ e poi non si aspettava certo che la maestra mostrasse un lavoro copiato pari pari da internet come è successo (quindi mai attuato in classe) e che la maestra non fosse nemmeno poi tanto una maestra-chioccia infatti nel momento riservato alla valutazione è venuto fuori che si era beccata anche un richiamo disciplinare dalla dirigente perché non si sa bene che cosa aveva combinato di brutto su un bimbo di 4 anni. Beh, la prof dopo tutto questo è rimasta di sale e ha pensato che forse era proprio meglio chiudere definitivamente (fino a settembre s’intende!) il discorso-scuola e parlare d’altro.  Dice che ogni tanto si passano i periodi “no” e che funziona come quando si spara, più si fa fatica per il rinculo e più che si mette forza nello spingere il proiettile in avanti, se così stanno le cose, dopo tante negatività, la prof si aspetta grandi novità positive per il futuro prossimo… sarà mica che finalmente le daranno la pensione? scherza

Pubblicato da

Alidada

sono qui, nel mio spicchio di cielo

8 pensieri su “La prof e il suo burnout”

  1. Pensavo alla mia maestra di seconda elementare. Si chiamava Itala Lunardi e noi eravamo più di trenta, se ricordo bene. Oltre alle varie materie scolastiche ci ha insegnato l’amore per lo studio, la voglia di imparare. Tutto quello che facevamo sembrava un gioco e alla fine avevamo imparato un sacco di cose.
    Poi ricordo quella di quinta: noi eravamo in 52, lei era piccola e rotondetta con gli occhiali tondi. Non l’ho mai sentita gridare, con lei la Storia era un’avventura, la matematica e la geometria un fantastico esperimento, la scrittura e la lettura un’esperienza favolosa. Ho ancora il diario di quell’anno, con i suoi “Lodevole” e i piccoli incoraggiamenti a margine, si chiamava Vincenza Calabrese. La prima aveva famiglia e figli, la seconda era nubile e aveva dedicato tutta la vita all’insegnamento. Sono passati più di sessant’anni, eppure non le ho mai dimenticate.

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      1. Sì, è vero, e non solo per la scuola.
        Chissà se prima o poi, quel tempo felice che noi, adesso vecchi, abbiamo vissuto nell’infanzia e nella giovinezza, potrà mai tornare e chissà se verrebbe apprezzato, fatto com’era di cose semplici e parche.

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  2. Se si scrivessero meno tesine e si verificasse il lavoro fatto in classe quotidianamente, forse qualche speranza ci sarebbe.
    Ti dirò una cosa un po’ grave: l’anno scorso un’asina in matematica e fisica è stata assunta nel mio liceo grazie alla chiamata diretta e si vocifera grazie a conoscenze… Diciamo grazie alla legge 107!

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  3. Da profano penso che lo scorso anno trasferimenti ecc, siano stati decisi da un algoritmo, si sapeva che ci sarebbero stati dei problemi ma non si è rischiato di avere troppi insegnanti in una scuola e dei buchi in un’altra. Per l’anno scolastico che arriva chi non è soddisfatto dell’assegnazione potrà fare domanda di trasferimento, se si verifica il “più 1 meno 1 = zero” tutto si rimette a posto con il minimo dispendio di energie. Sarà così? Sono fantasie? La casualità fa da padrona.

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    1. io da anni ormai non ci credo più. Non so se la situazione è troppo complessa per essere organizzata come si deve oppure è negligenza di chi dovrebbe far funzionare il carrozzone scuola… dubito che l’anno prossimo andrà meglio, ormai sono sfiduciata

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