Le storie della prof

cellulare

Questa non è una storia per ridere; non è nemmeno una storia banale. E’ una storia singolare,  che una volta vissuta uno si rende conto che la deve ricordare e dimenticare al tempo stesso e per far questo si deve impegnare molto, perché il rancore spesso supera il buonsenso e in quel caso si rischia di far dei danni. E’ una storia che fa schifo riflettere sui valori della vita così come li può vivere un adolescente in crescita. Insomma, è una “storia della prof”.

Era fine giugno e la prof aveva appena finito gli esami; era serena perché quell’anno era sicura di aver fatto le cose giuste: chi meritava di passare era passato e chi meritava di bocciare era bocciato. A suo parere nessuno  dei suoi alunni aveva ricevuto una valutazione sbagliata e così lei si sentiva in pace con il mondo/scuola e pronta ad affrontare il meritato riposo estivo.  Fatto sta  che una sera, verso le  9 le suona il cellulare, un numero “anonimo” faceva squillare ripetutamente il suo telefono e lei detto fatto risponde: una voce di ragazzino le dice: “Pronto, prof… “ e lei: “Sì… che c’è?” e di là: “Sono Filippo Rossi della classe prima C…” e la prof preoccupata: “Oddio, Filippo, che succede? Perché mi chiami a quest’ora?” .. Consapevole che le chiamate ad ore tarde dei colleghi o delle famiglie degli alunni  di solito avevano  portato brutte notizie, la prof era già in ansia, ma dall’altra parte arrivò subito la replica: “… me lo fa un pomXXXXXno  ?” Beh, insomma, quella cosa lì della Monica Lewinsky, tanto per capirci 😦  e poi, detta questa cosa stupida… giù con le risate. Non c’era dubbio, era stata una telefonata anonima, sconcia e volgare e la prof era rimasta basita e tempo zero riagganciò il telefono mentre era ancora lì con gli occhi sbarrati.  Suo marito e i figli assistettero alla scena e chiesero cosa fosse successo, lei rispose semplicemente che era stata una telefonata stupida di qualche alunno che si voleva divertire alle sue spalle. Passò qualche attimo in cui lei si chiese il perché di quel gesto, che non le era mai successo prima e si chiese anche come avessero avuto il numero del suo cellulare, ma poi le venne in mente che quella volta che aveva portato i bimbi di prima media in gita a Siena, nel dubbio che qualcuno si perdesse aveva pensato bene di dar loro il suo numero di telefono… e quella ne era la conseguenza. Comunque sia,  pochi minuti dopo,  appena aveva terminato di fare tutti questi ragionamenti, il cellulare squillò di nuovo e lei restò lì ferma con il telefonino in mano, pensando alla sfrontatezza di quel ragazzo, che ci stava addirittura riprovando. Tempo zero suo marito le prese il telefono di mano e rispose lui a quel ragazzo, minacciandolo duramente. Ma servì a poco anche la minaccia, perché alcuni giorni dopo, quando ormai erano al mare, la scena si ripeté e  poi ancora un’altra volta, fino al 14 agosto, giorno in cui il cellulare suonò alle 2 di notte facendole prendere un colpo.  Il numero era sempre anonimo e stavolta la prof non rispose, ma sentiva il sangue bollirle dalla rabbia nelle vene. Era chiaro che chi faceva le telefonate anonime non era davvero Filippo Rossi, il bimbo bravissimo della classe prima C, con la voce roca e i modi impacciati, l’energumeno delle chiamate moleste aveva la voce esile e squillante ed evidentemente usava il nome del compagno per fuorviare i sospetti.

La mattina di Ferragosto la prof prese la sua borsetta e le chiavi dell’auto e arrabbiata come una furia, uscì e si recò alla caserma dei carabinieri per una denuncia. Il brigadiere la fece entrare nel suo ufficio e ascoltò tutte le sue lamentele con pazienza, redigendo uno di quei verbali che i carabinieri fanno e che almeno un po’ dell’arrabbiatura te la fanno passare perché sono quanto meno “coloriti” nel linguaggio. A parte questo, il carabiniere disse che entro qualche giorno avrebbero saputo chi era l’artefice del misfatto e poi avremmo deciso il seguito della storia.

Dopo una settimanetta  la prof venne richiamata perché era arrivato il risultato delle indagini e di corsa tornò in caserma.  Il brigadiere l’accolse sorridendo e la fece sedere nel suo ufficio, tutto gentile poi le disse mostrando un pacco di fogli: “Abbiamo avuto la risposta e sappiamo chi l’ha infastidita… conosce una certa Enrichetta  Bianchi?”… e la prof: “Sì. Certo, è una bimba di prima C…  e allora?”  e il brigadiere: “E’ lei che le telefonava!”  . La prof era impietrita e non sapeva cosa dire. Una ragazzina di 11 anni che faceva quegli scherzi? … Che usava quelle parole volgari?… Una ragazzina con cui aveva anche avuto buoni rapporti durante l’anno scolastico.. ? E perché mai?  La prof si faceva tutte queste domande sotto voce e non trovava alcuna risposta. Era rimasta spiazzata e incredula.

Ma questo racconto di questa storia schifosa su cui riflettere sta diventando troppo lungo e noiosa e allora andiamo velocemente al termine.

Alcuni giorni dopo vennero convocati tutti in caserma: la prof, la bimba e i suoi genitori. Il brigadiere a quel punto introdusse il problema e tutti intervennero e dissero la propria opinione mentre la bimba stava lì ritta, con un ghigno misto tra un sorriso e un’espressione di distacco.  La prof disse che i genitori avrebbero dovuto dare una punizione per quel gesto così sfrontato e maleducato cinque dita sul viso non ci sarebbero state male ma il padre sorridendo aggiunse che “ai nostri tempi” si andava a suonare i campanelli e ora i ragazzi fanno quelli scherzi lì.  no no

E qui la storia ha termine; ve l’avevo detto che è una storia da ricordare (si fa tesoro di queste esperienze che insegnano molto) e da dimenticare (perché quella bimba non deve essere “marchiata” da un errore che ha commesso e dal rancore che esso ha generato, la bimba, a scuola passerà altri due anni con la prof e sarà come se nulla fosse successo).

E questo è tutto, le riflessioni fatele voi, se vi va, che la prof ha già riflettuto anche troppo.pensieroso

Questa non è una storia per ridere; non è nemmeno una storia banale. E’ una storia singolare,  che una volta vissuta uno si rende conto che la deve ricordare e dimenticare al tempo stesso e per far questo si deve impegnare molto, perché il rancore spesso supera il buonsenso e in quel caso si rischia di far dei danni. E’ una storia che fa schifo riflettere sui valori della vita così come li può vivere un adolescente in crescita. Insomma, è una “storia della prof”.